C’è chi dice che l’amore non ha prezzo, ma il costo della vita sembra non aver ricevuto il promemoria. Il romanticismo, nel 2025, è entrato ufficialmente nella voce “spese variabili”: cene, fiori, candele, app di ogni genere. Un’economia del sentimento con il tasso d’interesse più alto degli ultimi dieci anni. Per dirla in breve cuore allegro, conto corrente sobrio: relazioni in tempi di inflazione.
Secondo un recente sondaggio di Bank of America (luglio 2025), una parte crescente della Gen Z statunitense ammette di non spendere più nulla per gli appuntamenti: non per disillusione, ma per sopravvivenza. Il dating drought — siccità sentimentale — è il nuovo effetto collaterale dell’inflazione.
E così l’amore, anziché sbocciare tra champagne e sushi, si reinventa nei parchi, nei supermercati, o su divani condivisi. Non è solo romanticismo low cost: è un cambio di paradigma.
Gli economisti lo chiamerebbero “razionalizzazione del desiderio”: tagliare gli sprechi, ottimizzare le emozioni. Eppure, dietro questa efficienza affettiva, c’è un’interessante rinascita: le persone stanno riscoprendo l’intimità semplice.
Se prima si misurava l’interesse in gesti costosi, oggi torna la logica di Montaigne: “L’amicizia e l’amore non hanno bisogno di grandi edifici, ma di piccole stanze ben abitate.”
La psicoterapeuta americana Esther Perel ha osservato più volte che “ogni relazione è anche un contratto economico invisibile”. Si scambiano non solo emozioni, ma anche risorse: tempo, energia, opportunità. E quando le risorse si fanno scarse, il contratto si riscrive.
Non è cinismo, è consapevolezza. Oggi molti giovani preferiscono un pic-nic con un dialogo onesto a una cena costosa con un copione già scritto.
Sul piano sociale, l’incertezza economica produce una mutazione antropologica: l’amore torna a essere cooperazione.
Si cucina insieme invece di prenotare, si cammina invece di guidare, si condividono abbonamenti come si condivide la vita. Piccoli gesti che, guarda caso, gli psicologi indicano come predittori di legame stabile.
Lo psicologo John Gottman lo ha sempre sostenuto: non è la grande dichiarazione a tenere viva una coppia, ma la somma dei gesti quotidiani che costruiscono fiducia. In epoca di inflazione, questo principio diventa economia comportamentale pura.
D’altra parte, la precarietà economica cambia anche il modo di scegliere i partner.
Cresce il numero di giovani che dichiarano di valutare la stabilità finanziaria come criterio di attrazione. L’amore romantico si è spostato, piano piano, verso un modello “a lungo termine sostenibile”.
Niente di nuovo, direbbe Aristotele: anche la virtù sta nel mezzo. Né opportunismo, né idealismo cieco, ma senso della realtà.
Eppure, un rischio c’è. Quando tutto si misura in termini di costo-opportunità, si perde il gusto dell’imprevisto. L’amore, come il mercato, non sopporta il controllo totale.
Lo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung lo definiva “un atto di follia divina”: un salto nel buio che l’Io non può pianificare senza ucciderne la magia. E forse la generazione che analizza ogni sentimento come una investment strategy rischia di trasformare il desiderio in Excel.
Il paradosso è che proprio nei momenti di crisi economica le relazioni autentiche diventano l’unico bene non svalutabile.
Un gesto gentile, una risata condivisa, un abbraccio non tassato: rendimenti altissimi, zero spread.
È come se il cuore, costretto a fare economia, avesse scoperto di nuovo la semplicità come lusso.
Forse l’amore in tempi d’incertezza non è più quello dei film, ma quello che sa cucinare con poco, dormire sereno tra conti e sogni, ridere del mondo che corre.
Un amore che non può permettersi il superfluo, ma che finalmente capisce cosa vale davvero.

