Nel mondo dello spettacolo il potere raramente alza la voce. Preferisce sussurrare. Si muove nei corridoi, nelle promesse dette a mezza bocca e troppo spesso disilluse. È un potere all’apparenza elegante, ma subdolo, spesso invisibile. Proprio per questo, più pericoloso.
Negli ultimi giorni si è acceso il caso mediatico che coinvolge Alfonso Signorini, esploso grazie alle dichiarazioni di Fabrizio Corona, che ha portato alla luce presunti cliché loschi del mondo televisivo. Al di là delle singole affermazioni, che spetta ad altri verificare, contestare o smentire, ciò che emerge con chiarezza è un dato strutturale: il sistema dello spettacolo è fragile sul piano etico.
La televisione, soprattutto quella generalista, è un ecosistema chiuso. Chi detiene il potere decisionale non gestisce solo palinsesti o carriere, ma aspettative, speranze, identità professionali. In questo spazio ristretto, il confine tra opportunità e abuso diventa sottile. Non serve un atto eclatante: basta una porta che non si apre più, una telefonata che non arriva, un “non è il momento giusto” ripetuto fino a consumare ogni possibilità.
L’abuso di potere è silenzioso. Si manifesta nell’esclusione arbitraria, nella selezione opaca, nelle decisioni prese non sulla base del merito ma delle alleanze. E non ha genere: può esercitarlo un uomo o una donna, un direttore o una figura apparentemente marginale ma ben posizionata. Cambiano i volti, non il meccanismo.
Nel mondo dello spettacolo il successo può arrivare rapidamente, ma raramente è neutrale. Troppo spesso passa attraverso intrighi di potere, amicizie strategiche, concorsi dall’esito prevedibile, incarichi assegnati senza una reale trasparenza. In questo contesto, il talento diventa un elemento accessorio, utile solo se accompagnato dalle “giuste” conoscenze. Chi ne è privo resta fuori, indipendentemente dalle competenze, dall’impegno, dalla visione.
Anche nel microcosmo delle emittenti locali, lontano dai riflettori nazionali, le dinamiche non cambiano. Anzi: si irrigidiscono. Lì il potere è più personale e l’esclusione può nascere da motivazioni piccole come l’invidia, rancore, paura della competenza altrui. Basta la volontà di una sola persona per interrompere un percorso professionale, senza spiegazioni, senza appello.
Il vero scandalo, allora, non è il singolo caso che emerge ciclicamente. Il vero scandalo è la normalizzazione della mancanza di meritocrazia. È l’idea, accettata, forse interiorizzata con un “funziona così”. Ribellarsi significa autoescludersi definitivamente. È il silenzio di chi sa e tace, per convenienza o per paura.
Rimettere il merito al centro non è un gesto morale astratto: è una necessità culturale. Significa restituire dignità al lavoro, spezzare la catena delle cooptazioni, creare spazi reali per chi ha talento ma non santi in paradiso. Significa, soprattutto, smettere di confondere il successo con il valore.
Il mondo dello spettacolo ama raccontarsi come una favola. Ma le favole, quando diventano sistemi di potere, smettono di essere innocenti. E il compito del giornalismo, quello vero, non è distruggere i personaggi, ma illuminare i meccanismi. Anche quando fanno male. Anche quando costringono a guardare dietro le quinte.
