L’ossessione di trovare il proprio talento

L’ossessione di trovare il proprio talento

Se c’è una domanda capace di mettere in crisi una persona adulta più rapidamente di una dichiarazione dei redditi, è questa: «Qual è il tuo talento?»

Di solito viene pronunciata in tono benevolo. Durante un corso di formazione, un colloquio, una cena in cui qualcuno ha già bevuto abbastanza da sentirsi autorizzato a indagare il destino altrui. Talvolta compare sotto forma di consiglio, accompagnato dal sorriso sereno di chi evidentemente ha già risolto tutto: «Devi soltanto scoprire ciò per cui sei nata».

Soltanto.

Come se il talento fosse parcheggiato in seconda fila, con le quattro frecce accese e aspettasse da anni che ci decidessimo ad andarlo a prendere.

Da qualche tempo abbiamo trasformato il talento in una specie di Santo Graal professionale ed esistenziale. Non basta più svolgere bene un lavoro. Bisogna sentirselo addosso. Non basta diventare competenti. Bisogna essere portati. Non basta avere una vita dignitosa, qualche soddisfazione e un conto corrente che non richieda l’intervento della Protezione civile. Bisogna essere realizzati.

Realizzati è una parola impegnativa. Fa pensare a un’opera conclusa, incorniciata e pronta per essere appesa. Una condizione che, curiosamente, viene richiesta soprattutto agli esseri umani, cioè alle creature meno inclini a restare uguali a sé stesse.

L’idea di fondo è seducente: da qualche parte, dentro di noi, esisterebbe una capacità autentica, precisa e possibilmente monetizzabile che aspetta soltanto di essere scoperta. Una volta trovata, ogni cosa andrebbe al proprio posto. Il lavoro diventerebbe vocazione, la fatica passione, il lunedì un’interessante opportunità di crescita. Potremmo finalmente svegliarci alle cinque del mattino, bere acqua e limone, annotare tre motivi di gratitudine e pronunciare frasi come «non lavoro neanche un giorno perché faccio ciò che amo», senza che nessuno ci chieda di abbassare la voce.

Peccato che la vita reale abbia la pessima abitudine di non rispettare le brochure.

Molte persone non hanno avuto una rivelazione. Non sono state svegliate da bambine da una voce che diceva: «Tu restaurerai mobili del Settecento». Non hanno incontrato il proprio destino durante una passeggiata sulla spiaggia. Hanno iniziato una cosa perché capitava, perché serviva, perché qualcuno le ha incoraggiate, perché dovevano guadagnare o semplicemente perché, in quel momento, sembrava meno insopportabile delle alternative.

Poi sono migliorate.

Ci sono tornate.

Hanno sbagliato in modi sempre nuovi, che è una forma sottovalutata di progresso. Hanno imparato a distinguere ciò che veniva male per inesperienza da ciò che veniva male perché non faceva per loro. A un certo punto qualcuno ha guardato il risultato e ha detto: «Hai talento».

Come se fosse sempre stato lì.

Come se non avesse appena assistito a dieci anni di prove, errori, ripensamenti, esercizio, occasioni fortunate, umiliazioni private e lavori che sarebbe stato meglio distruggere prima che qualcuno potesse vederli.

Il talento è molto fotogenico. L’apprendimento, decisamente meno.

Del talento ci piace raccontare il momento in cui appare. Il bambino che suona il pianoforte senza aver mai preso una lezione. La ragazza che disegna magnificamente fin dall’infanzia. L’imprenditore che vede un’opportunità dove tutti gli altri vedevano un garage pieno di cianfrusaglie. Ci piacciono queste storie perché hanno un ritmo narrativo perfetto: il dono, la scoperta, il successo.

Molto più raramente raccontiamo gli anni in cui quel bambino ha suonato male, la ragazza ha riempito quaderni di disegni mediocri e l’imprenditore ha presentato idee che nessuno voleva finanziare. La parte in cui una capacità prende forma attraverso la ripetizione è poco cinematografica. Nessuno vuole vedere un film di due ore in cui il protagonista corregge lo stesso paragrafo per la settantaduesima volta.

Eppure, è lì che succede quasi tutto.

La ricerca sulle prestazioni elevate ha mostrato che la pratica intenzionale e strutturata contribuisce in modo significativo allo sviluppo delle competenze, senza però spiegare da sola ogni differenza tra le persone. Le meta-analisi hanno ridimensionato sia il mito del genio interamente innato sia quello opposto secondo cui basterebbe esercitarsi abbastanza per diventare qualsiasi cosa: la pratica conta, ma il suo peso varia a seconda dei campi e lascia spazio ad altri fattori, comprese predisposizioni, opportunità, qualità dell’insegnamento e condizioni ambientali. In altre parole, non siamo né puro destino né plastilina illimitata. Una notizia equilibrata, quindi molto meno commerciabile di uno slogan.

Il problema non è riconoscere che alcune persone mostrino inclinazioni precoci. Succede. C’è chi possiede un orecchio musicale straordinario, chi comprende i numeri con una facilità che agli altri provoca risentimento e chi, a otto anni, scrive racconti migliori di molti adulti che usano la parola storytelling nelle riunioni.

Il problema nasce quando trasformiamo l’inclinazione in una sentenza.

«Non sono portata.»

Tre parole e il processo è concluso.

Non sono portata per le lingue. Figurati per la tecnologia. Mi blocco se devo parlare in pubblico, scrivere, disegnare, vendere, ballare, cucinare, parcheggiare in retromarcia, fare il café con la moka. Queste ultime, in certi casi, possono essere un’onesta valutazione dei fatti, ma sulle altre vale la pena indagare.

Spesso «non sono portata» non descrive un’incapacità. Penso di più a il disagio di essere principianti.

Essere principianti è una condizione umiliante. Non sai cosa fare, gli altri sembrano capirlo prima di te, ogni gesto richiede attenzione e il risultato non corrisponde minimamente all’immagine che avevi in testa. È più semplice concludere che manca il talento. In questo modo non abbiamo fallito: abbiamo scoperto la nostra vera natura.

La psicologa Carol Dweck ha studiato a lungo la differenza tra una concezione fissa delle capacità e l’idea che esse possano svilupparsi. Nel primo caso, errori e difficoltà diventano prove di un limite personale; nel secondo, possono essere interpretati come parte dell’apprendimento. Ma attenzione: la mentalità di crescita non significa che chiunque possa diventare qualunque cosa con sufficiente entusiasmo. Significa che capacità iniziali, strategie, esercizio, aiuto e feedback possono modificare molto più di quanto una visione rigida ci faccia credere.

È una distinzione importante, perché abbiamo trasformato anche il concetto di crescita in una frase motivazionale. «Puoi fare tutto ciò che vuoi» è falso, oltre che estenuante. Non posso diventare una ginnasta olimpica, un soprano o il nuovo centravanti della Nazionale soltanto perché ho acquistato un’agenda con scritto believe in yourself. Età, corpo, circostanze, risorse e capacità iniziali esistono. Negarlo non è incoraggiamento: è pubblicità ingannevole.

Ma tra «posso diventare qualsiasi cosa» e «sono fatta così, inutile provarci» esiste un territorio vastissimo. È lì che normalmente si costruiscono le competenze. Ed è anche il territorio che l’ossessione per il talento ci impedisce di esplorare.

Perché il talento, quando lo immaginiamo come una qualità già pronta, ci offre un vantaggio magnifico: ci solleva dalla responsabilità di cominciare male.

Possiamo restare in attesa. Frequentare corsi per capire chi siamo, compilare test della personalità, ascoltare podcast sulla vocazione, consultare esperti, leggere libri sulle persone multipotenziali e domandarci se il nostro vero dono sia stato represso da un’insegnante poco sensibile nel 1987.

Tutto utile, forse. Tutto molto interessante.

Nel frattempo, però, non facciamo niente.

La ricerca della vocazione diventa una forma sofisticata di procrastinazione. Non sto rimandando: sto cercando me stessa. Mica ho paura di espormi: sto aspettando il progetto giusto. Non temo di essere mediocre: non ho ancora individuato il mio talento autentico.

È un alibi elegante. Ha persino una certa profondità spirituale. E soprattutto ci protegge da ciò che temiamo davvero: provare qualcosa abbastanza a lungo da scoprire che, almeno all’inizio, non siamo affatto speciali. Forse, allora, non stiamo cercando il nostro talento. Stiamo cercando la certezza di non sbagliare. E quella, purtroppo, non è mai stata un talento umano.

Ho il sospetto che ci siamo innamorati del talento per un motivo molto semplice: racconta storie bellissime.

Pensaci. Se un pianista suona in modo straordinario, diciamo che ha talento. Una scrittrice pubblica un romanzo che vende milioni di copie, diciamo che ha talento. Un imprenditore costruisce un’azienda di successo, il talento torna puntuale anche lì.

È una parola che ci rassicura. Mette ordine nel caos. Ci fa credere che esista una spiegazione semplice per risultati che semplici non sono.

Molto più raramente diciamo: «Quella persona ha passato vent’anni a fare una cosa quando nessuno la guardava». Ed è un peccato, perché probabilmente è questa la parte più interessante della storia.

Qualche tempo fa mi sono imbattuta, per l’ennesima volta, nella famosa teoria delle diecimila ore. La conosciamo tutti. Basta esercitarsi abbastanza e, prima o poi, diventerai bravissimo in qualsiasi cosa.

Che teoria affascinante! Peccato che sia stata raccontata un po’ troppo bene.

Lo psicologo Anders Ericsson, che ha dedicato gran parte della sua carriera allo studio delle prestazioni eccellenti, non ha mai sostenuto che bastasse accumulare diecimila ore per trasformarsi automaticamente in un fuoriclasse. Sarebbe stato meraviglioso. Avremmo risolto il problema del talento con un cronometro. Quello che emerge dalle sue ricerche è molto meno spettacolare, ma infinitamente più utile. Non conta soltanto quanto ti eserciti. Conta come lo fai. Avere qualcuno che ti corregga. Lavorare proprio sui punti che ti riescono peggio. Ripetere un gesto fino a quando diventa migliore, non semplicemente più familiare.

Tradotto: non basta fare una cosa tante volte. Bisogna imparare qualcosa ogni volta che la si fa. È una differenza enorme. Ed è anche una pessima notizia per chi sperava in una scorciatoia. Viviamo in un’epoca che ama le formule semplici. Tre regole per avere successo. Cinque abitudini delle persone vincenti. Sette errori da non commettere mai. Ci piacciono perché danno l’impressione che la complessità possa essere messa in ordine come un armadio.

La realtà, però, è molto meno educata.

Ci sono persone che lavorano tantissimo senza diventare eccellenti. Altre che imparano con una velocità sorprendente. C’è chi parte con una predisposizione evidente e poi si ferma. C’è chi sembra mediocre per anni e, lentamente, costruisce competenze che nessuno avrebbe immaginato.

È proprio questo che rende il comportamento umano così interessante. Non segue mai un copione perfetto.

Anche Angela Duckworth, psicologa dell’Università della Pennsylvania, è arrivata a conclusioni che vanno in questa direzione. Nei suoi studi parla di grit, una parola inglese che racchiude perseveranza, costanza e capacità di continuare a lavorare su un obiettivo anche quando l’entusiasmo iniziale è ormai un ricordo lontano. E qui, secondo me, c’è un piccolo equivoco che ci accompagna da anni.

Confondiamo continuamente la motivazione con la costanza.

La motivazione è meravigliosa. Ti fa comprare le scarpe nuove per iniziare a correre. Sei convinto che questa sarà la volta buona. Ordini libri, segui corsi, immagini una versione di te decisamente più organizzata di quella attuale.

Poi arriva novembre.

Piove.

Hai dormito poco.

E improvvisamente quelle scarpe sembrano molto meno ispiranti.

La costanza, invece, è un’altra faccenda. È decisamente meno affascinante. Non produce video emozionanti e non viene celebrata nelle conferenze. Non ha musiche epiche in sottofondo.

Semplicemente si presenta.

Anche quando non ne ha voglia.

Forse è proprio per questo che ne parliamo così poco.

Il talento è una storia bellissima da raccontare. La costanza assomiglia più a un’abitudine.

Eppure, se osserviamo le persone che ammiriamo davvero, ci accorgiamo che quasi tutte hanno una caratteristica in comune. Sono tornate, ancora e ancora, sulla stessa cosa. Lo stesso pianoforte, laboratorio, tavolo da disegno, foglio bianco o banco di lavoro. Quando nessuno glielo chiedeva e nessuno le applaudiva.

Quando nessuno pensava ancora di definirle “di talento”.

Credo che il nostro problema sia un altro. Arriviamo sempre alla fine della storia.

Vediamo il chirurgo quando opera con sicurezza. Lo scrittore quando presenta il suo libro. Il fotografo quando espone le sue immagini. L’imprenditore quando inaugura la nuova sede.

Non vediamo gli anni in cui nessuno li intervistava.

Gli errori.

Le giornate storte.

Le volte in cui hanno pensato seriamente di mollare.

È come entrare in un cinema negli ultimi dieci minuti e convincersi di aver capito tutto il film.

E forse è proprio da qui che nasce la nostra ossessione per il talento.

Perché il talento ci tranquillizza.

Se quella persona è arrivata fin lì perché aveva un dono speciale, allora il mondo torna a essere ordinato. Lei è speciale. Noi, forse, no. È una spiegazione semplice, rassicurante per il nostro Ego deluso.

A nessuno piace ammettere che non si è migliorati di un millimetro, che sono anni che non accade niente di memorabile, provarci ogni giorno senza che nessuno se ne accorga.

E c’è un’altra cosa che mi colpisce.

Quando un bambino impara a camminare, nessuno pretende che lo faccia bene al primo tentativo. Cade, si rialza, cade di nuovo. Gli sorridiamo. Lo incoraggiamo. Sappiamo che è parte del percorso.

Poi diventiamo adulti e cambiamo completamente atteggiamento. Se non siamo bravi quasi subito, concludiamo che quella cosa non fa per noi. Forse dovremmo smettere di usare così spesso quella frase. Perché, qualche volta, non sta descrivendo un limite. Sta semplicemente descrivendo il fastidio di essere ancora all’inizio.

Ed è una fase che nessuno può evitare. Nemmeno le persone che, anni dopo, tutti definiranno “di talento”.

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