I social ci stanno davvero rendendo meno intelligenti?

I social ci stanno davvero rendendo meno intelligenti?

Ogni generazione ha avuto il suo colpevole. C’è stato un periodo in cui era la televisione. Prima ancora i fumetti. Poi i videogiochi. Adesso tocca ai social. Ogni volta il copione è lo stesso: arriva una nuova tecnologia e qualcuno annuncia, con la serenità di un chiaroveggente, che siamo all’inizio della fine. I social ci stanno davvero rendendo meno intelligenti?

«Non leggono più.» «Non riescono a concentrarsi.» «La soglia dell’attenzione è crollata.» «Stiamo diventando tutti più stupidi.»

Ogni generazione pensa di essere migliore di quelli che sono arrivati dopo di noi. Convinta di essere stata l’ultima a crescere nel modo giusto. Eppure le cose, come spesso accade, sono un po’ più complicate.

Mi capita spesso di osservare una scena che, probabilmente, hai visto anche tu. Una persona prende in mano il telefono per rispondere a un messaggio. Due minuti dopo sta guardando un video su un cane che fa yoga, poi un’intervista a un neuroscienziato, poi una ricetta per la carbonara perfetta, poi una pubblicità di valigie che non aveva alcuna intenzione di comprare fino a trenta secondi prima.

A quel punto alza gli occhi e dice una frase meravigliosa: «Oddio… che cosa dovevo fare?»

Ecco, secondo me il punto non è che siamo diventati meno intelligenti. È che siamo diventati incredibilmente facili da interrompere.

Per anni abbiamo misurato l’intelligenza con il quoziente intellettivo, la memoria, la capacità di risolvere problemi. Oggi, invece, una delle risorse più preziose sembra essere diventata un’altra: riuscire a restare concentrati sulla stessa cosa abbastanza a lungo da capirla davvero.

Ed è qui che i social entrano in scena.

Non perché siano il male assoluto. Diffido sempre delle spiegazioni troppo semplici. I social hanno democratizzato l’accesso all’informazione. Hanno dato voce a persone che prima non ne avevano una e creato opportunità professionali, reti di sostegno e perfino movimenti culturali. Sarebbe intellettualmente disonesto ignorarlo.

Ma hanno anche introdotto una nuova economia. L’economia dell’attenzione. Non paghiamo per usare la maggior parte delle piattaforme. Paghiamo con il tempo che trascorriamo su di esse. E, come ogni mercato, anche questo ha un obiettivo molto preciso: trattenere il cliente il più possibile.

La domanda, allora, cambia.

Non è più: «I social ci rendono meno intelligenti?»

La domanda è: «Che cosa succede a un cervello che viene continuamente invitato a spostare l’attenzione

La psicologia cognitiva studia da anni il costo del multitasking e delle interruzioni continue. Sappiamo che passare rapidamente da un compito all’altro non significa fare più cose contemporaneamente: significa cambiare continuamente bersaglio. Ogni cambio ha un costo cognitivo. Non sempre ce ne accorgiamo, ma il cervello sì.

Forse è per questo che, qualche volta, arriviamo a sera con la sensazione di aver fatto moltissimo senza riuscire a ricordare quasi nulla.

Non è ignoranza, si chiam frammentazione. Ed è una parola che mi interessa molto più di “stupidità”. Perché la frammentazione non riguarda soltanto quello che leggiamo, ,ma il modo in cui pensiamo.

Una volta iniziavamo un libro e ci restavamo dentro per ore. Oggi leggiamo tre pagine, controlliamo una notifica, rispondiamo a un messaggio, torniamo al libro, ricordiamo che dobbiamo cercare un’informazione, apriamo il browser, finiamo su un social e, mezz’ora dopo, non ricordiamo più nemmeno il titolo del capitolo.

La cosa curiosa è che, nel frattempo, abbiamo raccolto una quantità enorme di informazioni.

Ma quante sono diventate conoscenza? È qui che, secondo me, dovremmo fermarci. Avere accesso a tutto non significa aver capito qualcosa. Anzi, qualche volta succede il contrario. Più contenuti consumiamo, meno tempo concediamo a ciascuno di sedimentare.

È come entrare in una biblioteca, sfogliare cento libri e uscire convinti di averli letti tutti.

Forse, allora, il problema non è che i social ci stanno rendendo meno intelligenti. Ci stanno abituando a una forma di pensiero che privilegia la velocità rispetto alla profondità, all’andare a fondo alle cose. Questo richiede tempo e il tempo è diventato la risorsa che difendiamo meno.

I social ci stanno davvero rendendo meno intelligenti?

C’è una parola che compare sempre più spesso quando si parla di tecnologia.

Dopamina.

La sentiamo nominare ovunque. Nei podcast, nei video su YouTube, nelle interviste ai neuroscienziati improvvisati e in quelle, molto più rare, ai neuroscienziati veri. È diventata una specie di spiegazione universale. Se passiamo ore su Instagram è colpa della dopamina. Controlliamo il telefono ogni cinque minuti è colpa della dopamina. Se non riusciamo a staccarci da TikTok, indovina? Sempre lei.

È rassicurante avere un unico colpevole.

Il problema è che il cervello è molto meno semplice dei titoli che scorrono sui social.

La dopamina non è l’ormone della felicità, come ancora si legge troppo spesso. È coinvolta nei meccanismi della motivazione, dell’apprendimento e dell’anticipazione della ricompensa. Tradotto: ci spinge a cercare ciò che potrebbe essere interessante, utile o piacevole. Non decide da sola il nostro comportamento, ma rende alcune esperienze particolarmente attraenti.

E i social sono costruiti esattamente per questo.

Non perché esista una cabina di regia segreta che voglia renderci incapaci di pensare, ma perché il loro modello economico funziona in un modo molto semplice: se restiamo sulla piattaforma qualche minuto in più, la piattaforma vale di più.

Non è una teoria del complotto. È un modello di business. Ed è qui che la questione diventa interessante. Per anni abbiamo pensato che il problema fosse la quantità di informazioni a cui siamo esposti. In realtà il punto potrebbe essere un altro.

Non siamo sommersi dalle informazioni. Siamo sommersi dalle interruzioni. È una differenza sottile, ma cambia completamente la prospettiva.

La psicologa Gloria Mark, che da oltre vent’anni studia il modo in cui lavoriamo davanti agli schermi, ha osservato un fenomeno curioso. Ogni volta che veniamo interrotti e spostiamo l’attenzione su altro, il cervello impiega tempo ed energia per tornare dove si trovava prima. Non è un semplice interruttore che si spegne e si riaccende. Ogni passaggio lascia un piccolo costo cognitivo.

Preso singolarmente sembra irrilevante. Ripetuto decine o centinaia di volte durante una giornata, cambia completamente la qualità del nostro pensiero. Forse è per questo che arriviamo a sera con la sensazione di aver lavorato ininterrottamente senza riuscire a ricordare che cosa abbiamo davvero concluso.

Il paradosso è che oggi siamo probabilmente la generazione più informata della storia.

Possiamo leggere articoli scientifici seduti sull’autobus. Visitare virtualmente un museo giapponese. Ascoltare una conferenza di Harvard mentre prepariamo il caffè. Imparare una lingua, seguire un corso universitario, consultare archivi che fino a pochi decenni fa erano accessibili soltanto a pochi ricercatori.

Abbiamo vinto una battaglia straordinaria. L’accesso al sapere. Ma aver aperto tutte le porte non significa necessariamente attraversarle. Nicholas Carr se lo domandava già nel 2008, in un saggio che all’epoca fece discutere moltissimo. La sua domanda era semplice: Internet sta cambiando il nostro cervello? Molti interpretarono quella riflessione come un attacco alla tecnologia.

In realtà la domanda era molto più sottile.

Che cosa succede quando abituiamo la mente a spostarsi continuamente da uno stimolo all’altro?

Non smettiamo di essere intelligenti. Cambiamo il modo in cui utilizziamo l’intelligenza.

Maryanne Wolf, neuroscienziata cognitiva che da anni studia la lettura, osserva qualcosa di simile. Leggere in profondità non è un gesto naturale. È una competenza che il cervello costruisce lentamente, imparando a rallentare, collegare idee, fare inferenze, immaginare scenari, sospendere il giudizio.

È un esercizio.

E come tutti gli esercizi, se smettiamo di praticarlo, rischia di diventare più faticoso. Forse è questo il cambiamento più interessante. Non stiamo perdendo la capacità di leggere. Stiamo perdendo l’abitudine a restare abbastanza a lungo dentro un testo da lasciare che quel testo cambi qualcosa in noi. Sono due cose completamente diverse. Mi accorgo che succede anche a me.

Comincio un articolo. Dopo poche righe sento un impulso quasi automatico a controllare il telefono. Non perché sia arrivata una notifica. Peggio. Per verificare se, per caso, nel frattempo sia arrivato qualcosa. È un gesto minuscolo. Quasi invisibile. Ma racconta molto del rapporto che abbiamo costruito con l’attesa. Una volta aspettare era normale. Oggi ci sembra una perdita di tempo. Eppure il pensiero ha bisogno proprio di quello. Di tempo. Le idee raramente arrivano mentre scorriamo uno schermo a una velocità di tre contenuti al secondo. Hanno una caratteristica che mal si adatta all’epoca degli algoritmi: sono lente.

Richiedono soste, noia, perfino quei momenti in cui abbiamo l’impressione di non stare facendo niente.

È curioso.

Per anni abbiamo cercato strumenti per risparmiare tempo. Adesso che li abbiamo, sembriamo incapaci di decidere che cosa fare del tempo risparmiato. Lo riempiamo. Con un altro video, post, un’altra notifica, opinione, stimolo.

Non perché ci serva davvero. Perché il silenzio, ormai, ci mette a disagio. Ed è forse questa la trasformazione più profonda. Abbiamo sempre pensato che il contrario dell’intelligenza fosse l’ignoranza.

Forse non è così.

Forse il vero contrario dell’intelligenza è l’impossibilità di soffermarsi abbastanza su un’idea da darle il tempo di diventare nostra. Perché capire qualcosa richiede una cosa che gli algoritmi, per loro natura, cercano continuamente di interrompere. L’attenzione. E senza attenzione non perdiamo soltanto la concentrazione. Perdiamo il filo dei nostri stessi pensieri.

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