Il problema non è sbagliare. È l’idea che qualcuno possa accorgersene.
Quante volte abbiamo detto o sentito dire “Non voglio fare una figuraccia.” A prescindere dal lavoro che svolgi o se sei ancora uno studente, almeno una volta hai pensato o detto quella frase. È diventata talmente comune che non ci facciamo caso. Sembra una di quelle frasi che buttiamo così, all’aria per coprire silenzi e per mettere, come dire, le mani avanti.
Quello che nessuno dice è: “Spero di imparare qualcosa.” Abbiamo paura di dimostrarci incompetenti. Se imparare significa accettare di non sapere, perché noi sembriamo sempre più impegnati a dimostrare il contrario.
Basta osservare quello che succede quando qualcuno ci pone una domanda alla quale non sappiamo rispondere. Quante volte ammettiamo serenamente: “Non lo so”? Molto meno di quanto immaginiamo. Molto più spesso proviamo a costruire una risposta plausibile, ricordiamo vagamente qualcosa che abbiamo letto anni prima, cambiamo argomento oppure ci rifugiamo in una di quelle frasi che sembrano intelligenti proprio perché sono abbastanza vaghe da non poter essere smentite. È un comportamento sorprendentemente diffuso, ma aggiungo anche profondamente umano.
Per anni ho pensato che dipendesse dall’orgoglio. Oggi credo che l’orgoglio c’entri solo in parte.
La vera questione è un’altra. Abbiamo imparato molto presto che sbagliare ha un prezzo.
Lo impariamo a scuola, dove spesso l’errore è qualcosa da correggere prima ancora che da comprendere. Lo ritroviamo nel lavoro, dove chi ha una risposta pronta viene percepito come più competente di chi si prende il tempo per riflettere. E lo portiamo con noi anche nella vita quotidiana, dove ammettere un dubbio sembra, troppo spesso, una dimostrazione di debolezza.
Così succede qualcosa di curioso.
Cominciamo a investire moltissime energie non per diventare più competenti, ma per apparire competenti. E cosa accade in questo caso? Che la prima vuole imparare a fare domande e cresce, la seconda cerca di evitarle e si protegge.
C’è mai stato nella storia un’epoca in cui la quantità di conoscenze sia stata così abbondante? Per questo dire un semplice “Non lo so” diventa imbarazzante? Forse perché quelle tre parole, nella nostra testa, non significano soltanto “non conosco la risposta”. È qualcosa di molto più personale. È come dire: “Non sono abbastanza.” Ed è qui che il cervello ci gioca uno dei suoi scherzi migliori.
Confonde ciò che sappiamo con ciò che siamo.
Quando qualcuno mette in discussione una nostra idea, abbiamo la sensazione che stia mettendo in discussione noi. Non conosciamo una risposta, ci sembra di valere un po’ meno. Sbagliamo e non viviamo l’errore come un’informazione utile, ma come una crepa nella nostra identità. È un meccanismo così automatico che raramente ce ne accorgiamo. Peccato che influenzi moltissime delle nostre decisioni.
Quante occasioni abbiamo lasciato perdere perché non ci sentivamo abbastanza preparati? E quante domande non abbiamo fatto per paura di sembrare ingenui? Per non parlare delle volte che abbiamo preferito restare in silenzio piuttosto che correre il rischio di dire qualcosa di sbagliato.
Ci siamo dimenticati una cosa che da bambini ci veniva naturale dire, nessuno nasce competente, lo si diventa con il tempo, con l’impegno, con lo studio. E il percorso che porta alla competenza passa inevitabilmente attraverso una lunga collezione di errori, tentativi e domande che, sul momento, fanno sentire terribilmente inadeguati.
Il punto è che, crescendo, abbiamo smesso di considerare quella fase come una parte del processo.
Abbiamo iniziato a viverla come un fallimento.
