«Te lo dico per il tuo bene»: siamo sicuri?

«Te lo dico per il tuo bene»: siamo sicuri?

La cena sta andando bene finché qualcuno non posa la forchetta e assume un’espressione che conosciamo quasi tutti. Non è ancora successo nulla, ma sappiamo già che qualcosa sta per accadere. E arriva, dritta come un siluro, la frase: “Te lo dico per il tuo bene.”

Per dirla tutta, la trovo insopportabile.

Mi aspetto un commento sul mio lavoro, sulla persona che ho scelto, su come sto crescendo i miei figli, o peggio, qualche dettaglio sul mio aspetto che ero stato abbastanza fortunata da ignorare fino a quel momento. Il contenuto cambia, ma l’introduzione no: annuncia che ciò che sto per sentire potrebbe ferirmi e che, possibilmente, dovrei anche esserne grata.

Ti sei offesa? Sei troppo sensibile. Se chiedi perché era necessario dirtelo proprio lì, magari davanti agli altri, il modo in cui l’ha fatto sembra essere più importante della sostanza. Quella persona si è già riservata il ruolo della buona samaritana.

Immagino le diverse scene in cui questo può accadere. C’è il parente che, davanti a tutti, chiede alla nipote se è davvero sicura di voler tornare al lavoro così presto dopo aver avuto un figlio. E quello che, alla stessa donna, chiede se non è il momento di “rimettersi in gioco” non appena scoprono che ha scelto di rimanere a casa un po’ più a lungo. Il bene, evidentemente, è un obiettivo a cui molti aspirano. Ma poi c’è l’amico che commenta una relazione dopo aver sentito parlare di una sola serata storta. Il collega che ti informa su quale opportunità dovresti accettare perché lui non se la lascerebbe sfuggire. Quello che nota che hai preso peso e crede di averti dato un’informazione utile, come se vivessi altrove rispetto al tuo corpo.

In tutti questi casi, pensando sempre al bene, la persona è convinta di fare qualcosa di utile. Le persone che ci amano vedono le cose che noi non vediamo e sono abbastanza coraggiose da dircele. Quello che dimentichiamo è che non tutto ciò che è utile sentire è anche piacevole. E così, a causa delle conversazioni genuine e necessarie, mi colpisce quanto facilmente possiamo dare per scontata la formula “per il tuo bene.” Cosa sappiamo del bene dell’altra persona? Abbiamo chiesto come sta vivendo quella scelta? Conosciamo i tentativi che ha fatto, cosa ha avuto paura di perdere?

Pensa a qualcuno che vuole lasciare un lavoro sicuro. Prima di dirgli che sbaglia, sappiamo come si sente ogni mattina quando va al lavoro? Se ha già cercato un’alternativa, o ha fatto i suoi conti, se quella decisione è stata presa dopo una notte insonne o due anni di tentativi? Le parole hanno un pesora “Hai pensato a come mantenerti nei primi mesi?” e “Non sai cosa stai facendo!” c’è una grande differenza. La prima frase serve ad aiutare una persona a vedere la conseguenza. La seconda le assegna un ruolo: quello dell’incosciente.

Perché ci poniamo così facilmente come paladini del bene altrui e perché le scelte fatte dagli altri ci mettono a disagio? Provo a ragionarci su e penso a tre situazioni diverse.

Una figlia lascia un lavoro che si pensava fosse sicuro. Un amico decide di divorziare. Qualcuno rinuncia a un’opportunità che noi avremmo colto al volo.

La nostra preoccupazione può essere genuina. Ma in quella preoccupazione potrebbe esserci anche il disagio di vedere qualcuno vivere in modo diverso dal nostro. Dire “Sono preoccupato per te” ci espone: ammettiamo di avere paura e non sappiamo come andrà a finire. Dire “Te lo dico per il tuo bene” suona più rassicurante. E se l’altra persona non segue il nostro consiglio, possiamo anche sentirci offesi: dopotutto, l’avevamo avvertita. Anche quando decidiamo di parlare diciamo qualcosa sulle nostre intenzioni. A volte interveniamo nella vita altrui senza aver pensato bene alle conseguenze di un consiglio non richiesto. Basterebbe accettare che non voglia parlarne quella sera. Altrimenti mi chiederei per il bene di chi era così urgente mettere a disagio quella persona.

Ecco perché non è sbagliata la frase in sé: “Te lo dico per il tuo bene.” Le frasi non diventano cattive da sole. Ma mi fermerei, e mi chiederei se so abbastanza su quella situazione e se ho scelto il momento giusto per parlarne. Sono pronta a sentire la risposta: “Grazie decido da sola.”

Perché preoccuparsi di qualcuno non vuol dire impossessarsi della sua vita e soprattutto non ci dà il diritto dell’ultima parola.

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