Mi sbagliavo: pensavo che l’esperienza bastasse

Mi sbagliavo: pensavo che l’esperienza bastasse

Per molti anni ho pensato che l’esperienza fosse una specie di promozione automatica concessa dal tempo. Lavori, sbagli, impari, ricominci e, a forza di accumulare anni, prima o poi diventi bravo. Non infallibile, naturalmente, ma più lucido, più competente, persino più saggio. Una progressione quasi matematica: vent’anni di esperienza devono necessariamente valere più di dieci, trenta più di venti e così via, fino a raggiungere quella rassicurante condizione in cui puoi finalmente pronunciare la frase definitiva: «Faccio questo mestiere da trent’anni».

Una frase che, ammettiamolo, possiede ancora un certo fascino. Trent’anni. Come contraddirli? Sembrano una sentenza della Cassazione.

Poi ho cominciato ad avere qualche dubbio.

Ho incontrato persone che facevano lo stesso mestiere da decenni e continuavano a commettere gli stessi errori. Professionisti che avevano trasformato l’esperienza in una fortezza dalla quale respingere qualsiasi novità. Persone molto più giovani, invece, con meno anni alle spalle ma una curiosità feroce, capaci di imparare, fare domande, osservare chi ne sapeva più di loro e soprattutto cambiare metodo quando quello vecchio non funzionava più.

È stato allora che ho cominciato a sospettare una cosa piuttosto antipatica: l’esperienza, da sola, non garantisce praticamente nulla.

Si può fare bene una cosa per trent’anni. Ma si può anche farla male per trent’anni. La costanza, poverina, non discrimina.

E questa idea mi ha fatto cambiare completamente il modo di guardare all’esperienza, compresa la mia.

Perché il rischio arriva proprio quando cominciamo a sentirci esperti. All’inizio di qualsiasi percorso siamo prudenti. Chiediamo, osserviamo, controlliamo. Sappiamo di non sapere e, proprio per questo, prestiamo attenzione. Poi passa il tempo, acquisiamo sicurezza e molte operazioni diventano automatiche. È normale ed è anche utile: nessuno potrebbe lavorare continuando a interrogarsi da zero su ogni singolo gesto.

Il problema comincia quando l’automatismo diventa una convinzione: se l’ho sempre fatto così, allora è il modo giusto di farlo.

Ed eccoci davanti a una delle frasi che più mi insospettiscono: «Abbiamo sempre fatto così».

Dopo tanti anni di lavoro mi è capitato di entrare in una situazione convinta di averla già capita. Conoscevo quel tipo di persona, quel problema, perfino il modo in cui sarebbe andata a finire. Avevo esperienza, insomma. Avevo anche torto.

Non penso che tutto ciò che appartiene al passato debba essere buttato dalla finestra in nome dell’ultima novità. Anzi, questa ossessione contemporanea per cui qualsiasi cosa nuova sarebbe automaticamente migliore mi sembra altrettanto ingenua. Ci sono metodi, competenze e mestieri che resistono al tempo proprio perché funzionano. Ma tra rispettare l’esperienza e trasformarla in un alibi c’è una bella differenza.

L’esperienza dovrebbe darci strumenti, non immunizzarci dal dubbio.

Con gli anni, invece, può succedere il contrario. Diventiamo velocissimi nel riconoscere situazioni già viste e altrettanto veloci nel decidere che sappiamo già come affrontarle. È comodo, efficiente e qualche volta persino necessario. Finché arriva quella situazione che assomiglia moltissimo alle precedenti, ma non è la stessa. E noi, troppo occupati a riconoscerla, smettiamo di guardarla.

Credo che questo sia uno dei rischi più interessanti dell’esperienza: vedere ciò che conosciamo invece di osservare ciò che abbiamo davanti.

Vale nel lavoro, ma anche nelle relazioni. Pensiamo di conoscere una persona perché la frequentiamo da vent’anni e smettiamo di accorgerci che è cambiata. Pensiamo di conoscere noi stessi perché abbiamo reagito in un certo modo per tutta la vita e continuiamo a definirci attraverso una versione che magari non esiste più. Persino le nostre convinzioni possono diventare vecchie senza che ce ne accorgiamo, semplicemente perché siamo abituati ad abitarle.

L’esperienza, insomma, ha bisogno di manutenzione.

Ed è qui che entra in gioco qualcosa che per molto tempo avevo considerato quasi l’opposto della competenza: il dubbio.

Sono sempre stata convinta che diventare esperti significasse avere progressivamente meno dubbi. Oggi penso che accada qualcosa di molto più interessante. L’esperienza migliore rende il dubbio più intelligente. Non ti chiedi più se sai fare il tuo mestiere, ma se il modo in cui lo stai facendo sia ancora quello più adatto. Non metti continuamente in discussione ciò che hai imparato, ma conservi abbastanza curiosità da accorgerti quando la realtà è cambiata.

È una posizione meno comoda, naturalmente. Dire: “lo so perché lo faccio da trent’anni” chiude magnificamente qualsiasi discussione. Dire: “lo faccio da trent’anni, ma vediamo se esiste un modo migliore” comporta invece il rischio terribile di scoprire che qualcuno con metà dei tuoi anni ha capito qualcosa prima di te.

Una tragedia per l’ego. Una fortuna per l’intelligenza.

E qui devo ammettere che il discorso diventa personale.

Dopo tanti anni di lavoro sarebbe molto facile rifugiarsi nell’esperienza. Dire: conosco il mestiere, conosco le persone, certe situazioni le ho già viste. Ed è vero. Ma proprio l’esperienza mi ha insegnato qualcosa che all’inizio non sapevo: aver visto molto non significa aver visto tutto.

Ci sarà sempre una persona capace di sorprenderti, una storia che non segue lo schema previsto, un cambiamento che rende improvvisamente vecchio un metodo che fino al giorno prima funzionava benissimo. E ci sarà sempre qualcuno più giovane, meno esperto o semplicemente diverso da noi che saprà vedere qualcosa che ci è sfuggito.

Forse diventare davvero esperti consiste nell’avere abbastanza esperienza da sapere quanto sarebbe pericoloso smettere di farlo. Per anni ho creduto che il tempo, da solo, ci rendesse migliori. Oggi penso che il tempo faccia una cosa molto più naturale: passa. Siamo noi a decidere se trasformarlo in esperienza oppure in semplice anzianità professionale.

Mi sbagliavo: pensavo che l’esperienza bastasse.

Adesso credo che abbia bisogno di qualcosa che le impedisca di invecchiare male: curiosità, confronto e una dose ragionevole di dubbio. Perché possiamo avere trent’anni di esperienza oppure vivere trenta volte lo stesso anno. Ma non sono affatto la stessa cosa.

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