C’è una scena che osservo sempre più spesso e che, probabilmente, riguarda tutti noi. Due persone sono sedute allo stesso tavolo. Una racconta qualcosa che per lei è importante: un problema sul lavoro, una discussione in famiglia, una paura che si porta dietro da giorni. L’altro ascolta. O almeno così sembra.
Annuisce. Ogni tanto sorride. Interviene con qualche «certo», «capisco», «hai ragione». Se qualcuno osservasse la scena dall’esterno direbbe che quella è una conversazione perfettamente riuscita.
Poi succede una cosa minuscola, quasi invisibile.
La persona che stava parlando si interrompe a metà frase e dice: «No, aspetta, non hai capito quello che volevo dire.» Ed è lì che ci accorgiamo di un dettaglio che normalmente ci sfugge. L’altro non stava ascoltando. Stava aspettando il momento giusto per intervenire.
Non è maleducazione. È qualcosa di molto più profondo.
Negli ultimi anni ci siamo convinti che il grande problema della comunicazione fosse parlare troppo. In realtà credo che il problema sia un altro: abbiamo lentamente disimparato ad ascoltare.
Sentire è un atto biologico. Finché l’udito funziona, sentiamo tutto. Ascoltare, invece, richiede uno sforzo. Significa concedere alle parole dell’altro il tempo di arrivare fino a noi senza modificarle immediatamente, senza tradurle nella nostra esperienza e, soprattutto, senza preparare una risposta mentre quella persona sta ancora parlando.
È un esercizio molto più difficile di quanto immaginiamo.
Provate a farci caso durante la prossima conversazione. Mentre qualcuno vi racconta un episodio della sua giornata, osservate la vostra mente. Scoprirete che dopo pochi secondi ha già iniziato a lavorare. Cerca una soluzione, ricorda un episodio simile, formula un consiglio, costruisce una risposta brillante o prepara un’obiezione.
Insomma, fa qualsiasi cosa.
Tranne ascoltare davvero.

