Nel dicembre del 1999 gli psicologi David Dunning e Justin Kruger pubblicarono uno studio destinato a diventare uno dei più citati della psicologia contemporanea. Analizzando diversi compiti, dalla logica alla grammatica fino all’umorismo, osservarono che i partecipanti con le prestazioni peggiori tendevano, in media, a sovrastimare la propria performance, mentre quelli più competenti valutavano le proprie capacità in modo generalmente più prudente. Gli autori ipotizzarono che una parte del problema fosse metacognitiva: le stesse competenze necessarie per svolgere bene un compito sono, almeno in parte, quelle che permettono di valutare quanto lo si sia svolto bene.
Negli anni questa ricerca è stata trasformata in un meme. È diventata il modo elegante per dire che gli incompetenti parlano troppo e gli esperti troppo poco.
È una semplificazione divertente. Ma pur sempre una semplificazione.
La parte davvero interessante dello studio non riguarda chi sa poco. Si riferisce a continua a imparare. Più aumenta la conoscenza, infatti, più cresce anche la consapevolezza della complessità. Ogni risposta apre nuove domande. La certezza lascia intravedere un territorio ancora inesplorato. È un’esperienza che conosce bene chiunque abbia affrontato seriamente una disciplina: all’inizio tutto sembra relativamente semplice, poi, man mano che si procede, ci si accorge di quanto vasto sia ciò che ancora non si conosce. È un paradosso affascinante.
Pensiamo che studiare serva a eliminare i dubbi. Molto spesso produce l’effetto opposto. Li rende più raffinati.
Per questo le persone davvero competenti usano con naturalezza espressioni come “dipende”, “non ne sono sicuro” oppure “su questo dovrei verificare”. Non perché siano indecise, ma perché hanno imparato che la realtà è quasi sempre più complessa delle spiegazioni semplici.
Chi sa poco, invece, ha un vantaggio curioso. Vede meno sfumature. E quando il mondo appare semplice, anche le risposte sembrano semplici. Forse è anche per questo che oggi siamo così attratti da chi comunica con assoluta sicurezza. Ci rassicura. Ci dà l’impressione che ogni problema abbia una soluzione immediata, che ogni domanda meriti una risposta definitiva, che bastino pochi minuti di video per capire argomenti che richiedono anni di studio.
La sicurezza è seducente. La competenza, molto meno.
La competenza usa il condizionale. Si prende il tempo di verificare. Cambia idea davanti a una prova convincente. Accetta di non sapere tutto. La sicurezza, invece, non ha bisogno di dubbi.
Ha bisogno di pubblico. E forse è proprio qui che nasce un altro equivoco.
Abbiamo iniziato a confondere la sicurezza con l’autorevolezza.
Pensiamo che chi parla con decisione sia necessariamente preparato, quando spesso la preparazione produce l’effetto opposto: rende più prudenti, meno inclini alle affermazioni assolute. Chi lavora nella ricerca lo sperimenta continuamente. Ogni studio risolve un problema e ne apre altri dieci. Ogni scoperta allarga il confine dell’ignoto. È il motivo per cui la scienza procede con cautela e usa parole come probabilmente, evidenze, ipotesi e limiti dello studio.
Si chiama onestà intellettuale.
Forse dovremmo recuperare questa stessa onestà anche nella vita quotidiana.
Perché dire “non lo so” lascia spazio alla possibilità di imparare. Ogni volta che fingiamo di sapere ciò che non sappiamo, rinunciamo all’unica occasione che abbiamo per colmare quella distanza. Proteggiamo l’immagine che gli altri hanno di noi, ma lo facciamo al prezzo della nostra curiosità.
E la curiosità, a pensarci bene, è il vero motore della competenza. Perché è l’unica qualità capace di farci pronunciare, senza vergogna, tre parole che oggi sembrano quasi rivoluzionarie.
“Me lo spieghi?”

