Il word è aperto da quaranta minuti. Il titolo c’è. Anche la prima frase, più o meno. Poi arriva un messaggio a cui sarebbe scortese non rispondere, una mail che richiede soltanto due minuti, il bisogno improvviso di sistemare la scrivania. Quando finalmente torni davanti allo schermo, il tempo che ti eri riservato è finito. Ti dici che domani potrai lavorarci con più calma.
Domani, naturalmente, avrà le sue mail e i suoi messaggi. Ma per oggi hai una spiegazione ragionevole. Non hai rinunciato a scrivere. Hai solo aspettato il momento giusto.
Mi incuriosisce la dignità che riusciamo a dare a certi rinvii. Dire infatti un semplice “non ho voglia” ci farebbe sentire pigri. Se invece diciamo di volerlo fare quando avremo le idee più chiare, sembreremmo persone serie. E magari lo siamo davvero. Il problema è capire quante volte quella frase è sincera oppure serva a tenerci lontani da qualcosa che desideriamo, ma che potrebbe metterci alla prova.
Non parlo soltanto di scrivere.
C’è chi aspetta il momento giusto per candidarsi a un lavoro, proporre un progetto, iscriversi a un corso, avere una conversazione rimandata per mesi. C’è chi vorrebbe ricominciare a frequentare qualcuno, ma prima deve sentirsi più sicuro di sé. Chi sogna di cambiare città, ma attende che ogni dettaglio sia al suo posto. Sono scelte diverse, con conseguenze diverse. Eppure, in tutte, quella promessa di un futuro più favorevole può diventare molto seducente.
A volte aspettare è necessario. Non si lascia un lavoro senza considerare come pagare l’affitto. Non si affronta una persona nel pieno della rabbia solo per potersi vantare di aver detto tutto e subito. Esistono preparazioni indispensabili e pause che ci permettono di scegliere meglio. La prudenza merita rispetto. È quando non riusciamo più a dire che cosa stiamo aspettando che comincerei a farmi qualche domanda.
Più tempo, quanto? Più competenza? Quale, precisamente? Il sostegno di qualcuno? La certezza che andrà bene? Quest’ultima è difficile da ottenere, perché di solito arriva dopo aver cominciato. Talvolta non arriva neppure allora.
Ho l’impressione che dietro il “momento giusto” si nasconda spesso la pura di agire. Non è forse vero che mentre decido posso ancora immaginare la versione migliore di quello che farò. Il libro resta bellissimo finché fila nella mia testa, esattamente come un progetto convincente sulla carta. La conversazione, come l’ho studiata, mira alla perfezione, sperando che dall’altra parte non venga mal interpretata.
E’ come se quell’aspettare conservasse intatte le possibilità. Cominciare ne sceglie una e la espone al prossimo, con tutte le sue imperfezioni. Capisco perché, certe volte, preferiamo restare sulla soglia.
C’è anche una forma di perfezionismo che sa parlare molto bene il linguaggio della responsabilità. Ci dice che dobbiamo approfondire ancora, fare un altro corso, leggere un altro libro, prepararci meglio. Queste cose possono essere utili. Ma se ogni nuova preparazione sposta un po’ più avanti la data d’inizio, vale la pena chiedersi se stiamo imparando per fare qualcosa o per evitare di farla.
Siamo molto comprensivi con chi sta imparando, almeno a parole. Quando tocca a noi, pretendiamo di saltare quella parte. Vorremmo presentarci al primo tentativo con la disinvoltura di chi ne ha già fatti cento. È una richiesta piuttosto severa da rivolgere a noi stessi e tuttavia la ripetiamo ogni giorno. Non credo che la soluzione sia lanciarsi sempre. Questa idea mi sembra solo l’altra faccia della stessa fretta: bisogna decidere, bisogna osare, bisogna uscire di casa e rivoluzionare la propria vita entro venerdì. Ci sono decisioni che hanno bisogno di tempo. Però il tempo, da solo, non lavora al posto nostro. Se non lo usiamo per raccogliere chiedere aiuto o fare un tentativo, può trascorrere senza cambiare nulla.
E se provassimo a essere più precisi con le parole. Invece di “aspetto il momento giusto”, provassimo a dire: “Mi mancano questi dati”. Oppure: “L’impegno economico, adesso, è troppo pesante”. Oppure ancora: “Ho paura che qualcuno giudichi male quello che faccio”. Le prime due frasi possono indicarci un passo concreto. La terza non risolve il problema, ma almeno ci permette di guardarlo in faccia.
Penso di nuovo a quel documento aperto. Non è detto che oggi debba diventare un articolo finito, brillante, pronto da pubblicare. Forse bastano venti righe sulle quali tornare domani. Potrebbero essere brutte. Potrebbero perfino contenere l’idea giusta, nascosta in mezzo a tre paragrafi da cancellare.
Non lo sapremo finché il cursore continuerà a lampeggiare da solo.
Quando diciamo che aspettiamo il momento giusto, la domanda da farci potrebbe essere questa: che cosa deve accadere, concretamente, perché io cominci? Se sappiamo rispondere, possiamo prepararci. Se non sappiamo rispondere, forse quel momento non è una data specifica sul calendario. È il nome gentile che abbiamo dato alla nostra esitazione.
