Ci sono momenti nella vita in cui scopriamo di essere persone leggermente peggiori di quanto pensassimo. Sarà capitato anche a te, per esempio, quando un’amica ci telefona per dirci che ha ottenuto proprio quel lavoro che desiderava da anni. Siamo felici per lei. Naturalmente. Ci congratuliamo, facciamo domande, diciamo che se lo merita e probabilmente lo pensiamo davvero.
Poi chiudiamo il telefono.
E da qualche parte, in una zona poco elegante della nostra coscienza, compare una vocina.
“E io?”
Dura una frazione di secondo. Magari scompare immediatamente. A volte ci vergogniamo persino di averla sentita, perché siamo cresciuti con un’idea piuttosto precisa delle emozioni ammesse nelle persone perbene. La gioia è consentita, la generosità pure, l’empatia è praticamente obbligatoria. L’invidia, invece, viene tenuta nello stesso cassetto in cui nascondiamo le mutande brutte: esiste, ma sarebbe preferibile che nessuno lo sapesse.
La domanda quindi sorge spontanea: “Possiamo amare sinceramente qualcuno ed essere contemporaneamente infastiditi dal suo successo?”
Le due cose non si escludono. Ed è forse proprio questo che rende l’invidia così interessante.
Se ad avere successo è una persona lontanissima da noi, generalmente sopravviviamo benissimo. Leggiamo che un attore americano ha guadagnato venti milioni di dollari per un film e difficilmente passiamo la notte a domandarci dove abbiamo sbagliato. Se invece una collega della nostra età riceve quella promozione che aspettavamo, un conoscente pubblica il suo primo libro mentre il nostro manoscritto continua a dormire nel computer oppure la coppia che frequentiamo compra la casa che avremmo voluto permetterci, qualcosa cambia.
Il successo degli altri diventa improvvisamente personale. Non perché ci abbiano tolto qualcosa, ma perché ci offrono un termine di paragone.
Quando il successo degli altri diventa uno specchio
La psicologia studia il confronto sociale da molto prima che Instagram ci regalasse la possibilità di confrontare la nostra domenica pomeriggio sul divano con quella di qualcuno alle Maldive. Nel 1954 lo psicologo sociale Leon Festinger formulò la teoria del social comparison, sostenendo che le persone tendono a valutare opinioni e capacità anche attraverso il confronto con gli altri. Non ci confrontiamo, quindi, soltanto perché siamo competitivi o insicuri. Il confronto ci fornisce informazioni su di noi: ci aiuta a capire dove siamo, quanto stiamo facendo bene e quale posizione occupiamo rispetto alle persone che consideriamo simili.
Sono sicura che spicca proprio quel “simili” nella vostra testa ed è proprio lui a complicare tutto.
Il confronto diventa particolarmente pungente quando riguarda qualcuno che percepiamo vicino a noi e un ambito importante per la nostra identità. La letteratura sulla cosiddetta upward social comparison, il confronto verso l’alto, mostra infatti che confrontarsi con qualcuno che percepiamo in una posizione migliore può produrre reazioni molto diverse: possiamo sentirci ispirati e motivati, oppure inadeguati, minacciati e invidiosi. Non esiste un automatismo per cui il successo altrui ci rende necessariamente infelici; molto dipende da come interpretiamo quella distanza e da quanto pensiamo di poterla colmare.
In altre parole, il problema non è necessariamente che l’altro abbia avuto successo. È ciò che quel successo ci racconta di noi.
L’amica che pubblica un romanzo non possiede semplicemente un libro in libreria. Se anche noi desideriamo scrivere, diventa involontariamente la dimostrazione vivente che quella cosa era possibile. Il collega promosso non ha soltanto ottenuto un ruolo migliore. Ci costringe magari a chiederci perché noi siamo ancora nello stesso posto. La persona che a cinquant’anni cambia vita e ricomincia può diventare irritante non perché abbia fatto qualcosa contro di noi, ma perché rende un po’ meno credibile la frase che continuiamo a ripeterci da anni: “Ormai è troppo tardi”.
L’invidia, vista così, perde una parte della sua bruttezza morale e acquista una funzione molto più interessante.
Ci segnala dove fa male il confronto. E spesso fa male proprio dove esiste un desiderio.
L’emozione che preferiamo attribuire agli altri
Naturalmente ammettere di essere invidiosi resta difficilissimo. Preferiamo interpretazioni più nobili. Non siamo invidiosi della collega promossa: pensiamo semplicemente che non fosse poi così competente. Mica siamo infastiditi dal successo dell’amico: troviamo che ultimamente sia diventato un po’ pieno di sé. Neppure ci disturba che qualcuno abbia avuto fortuna: ci preoccupa soltanto questa società che premia sempre le persone sbagliate.
A volte è persino vero, così tanto per dire. Altre volte stiamo semplicemente mettendo un abito da sera a un’emozione che preferiremmo non riconoscere. L’invidia ha una reputazione pessima anche perché contiene qualcosa che ferisce l’immagine che abbiamo di noi stessi. Se una persona che amiamo soffre, sappiamo esattamente come dovremmo sentirci: dispiaciuti. Se quella stessa persona ottiene qualcosa di meraviglioso, dovremmo essere felici.
E generalmente lo siamo. Il problema è quel dovremmo. Purtroppo, le emozioni hanno la spiacevole abitudine di non consultare il galateo prima di presentarsi.
Certo è che se l’invidia da una parte può essere stimolante per migliorare noi stessi, dall’altra potrebbe provocare sentimenti poco gradevoli verso chi ha avuto successo e su di noi se ci consideriamo già perduti. La ricerca contemporanea insiste proprio su questa differenza, evitando di trattare l’invidia come un’emozione necessariamente distruttiva.
Forse dovremmo smettere di domandarci se siamo abbastanza buoni da non provare invidia e cominciare a chiederci che cosa sta cercando di dirci quando arriva. Perché qualche volta l’invidia contiene informazioni che la razionalità ha elegantemente archiviato.
Può dirci che desideriamo più riconoscimento. Che abbiamo abbandonato un progetto troppo presto. Che stiamo vivendo una vita nella quale non ci riconosciamo completamente. Oppure, molto più banalmente, che siamo competitivi e ci secca perdere. Non tutte le emozioni devono necessariamente nascondere un trauma infantile: qualche volta siamo semplicemente esseri umani con un ego perfettamente funzionante.
I social hanno reso tutto questo ancora più evidente. Ci espongono continuamente a persone con cui possiamo confrontarci e, soprattutto, a versioni selezionate delle loro vite. Tuttavia anche qui conviene evitare il processo sommario a Instagram: una revisione scientifica pubblicata nel 2022 ha rilevato che il rapporto tra social media, confronto, invidia e benessere è più complesso di quanto venga spesso raccontato. Gli studi più recenti mostrano effetti eterogenei: il confronto può farci stare peggio, ma in alcune persone e circostanze può anche produrre ispirazione e reazioni positive.
Il social, insomma, non ha inventato l’invidia. Le ha semplicemente dato il Wi-Fi.
E forse il punto non è nemmeno liberarci del confronto, impresa piuttosto improbabile per animali sociali come noi. Potremmo invece imparare a distinguere il momento in cui il successo dell’altro ci toglie qualcosa da quello in cui ci sta mostrando qualcosa.
Credo infatti che ci sia una differenza enorme tra pensare “vorrei che tu non avessi quello che hai” e pensare “vorrei riuscire ad averlo anch’io”.
Possiamo brindare sinceramente al successo di un’amica e tornare a casa con una piccola fitta nello stomaco. Possiamo essere orgogliosi di qualcuno e contemporaneamente domandarci che cosa stiamo facendo della nostra vita. Le emozioni umane sono abbastanza adulte da sopportare due verità contemporaneamente. Siamo noi che continuiamo a pretendere che scelgano.
La prossima volta che il successo di qualcuno ci infastidisce, quindi, prima di concludere che quella persona “in fondo non è poi così brava”, potremmo concederci una domanda meno comoda: che cosa possiede, ha fatto o ha avuto il coraggio di tentare che io desidero per me?
La risposta potrebbe non piacerci. Ma almeno, per una volta, l’invidia avrebbe fatto qualcosa di utile.
