Essere sempre disponibili ha un prezzo

Essere sempre disponibili ha un prezzo

Ci sono dei sì che pronunciamo con una velocità impressionante. “Certo, nessun problema.”

La frase esce dalla bocca mentre una parte di noi, generalmente quella dotata ancora di un minimo istinto di conservazione, sta pensando l’esatto contrario. Il problema c’è eccome. Non abbiamo tempo, non ne abbiamo voglia, siamo stanchi, quella richiesta ci pesa oppure semplicemente avremmo preferito fare altro. Eppure sorridiamo e diciamo sì.

Poi torniamo a casa arrabbiati.

Non con la persona che ci ha chiesto qualcosa. A volte siamo arrabbiati con noi stessi, anche se è molto più elegante attribuire la responsabilità agli altri. “Possibile che chiedano sempre a me?” è una frase meravigliosa, soprattutto quando dimentichiamo di aggiungere: “Ma possibile che io continui sempre a dire di sì?”.

Naturalmente non tutti i sì sono sbagliati. Vivere insieme agli altri comporta compromessi, disponibilità, responsabilità e anche qualche sacrificio. L’idea che dovremmo fare soltanto ciò che ci va è una delle tante semplificazioni contemporanee vendute come libertà personale. Se applicassimo davvero questo principio, probabilmente smetteremmo di pagare le bollette, partecipare alle riunioni e andare a trovare certi parenti entro martedì prossimo.

Quindi credo che il punto non è imparare a dire no a tutto. È capire perché, in alcune situazioni, deludere qualcuno ci sembra più grave che deludere noi stessi.

È una paura molto più profonda della semplice difficoltà a rifiutare una richiesta. Possiamo accettare un incarico che non vogliamo, rimanere in una relazione che non ci somiglia più, continuare a interpretare un ruolo familiare che ci soffoca oppure inseguire per anni un progetto che abbiamo smesso di desiderare. Non sempre lo facciamo perché non sappiamo che cosa vogliamo. Qualche volta lo sappiamo perfettamente.

Sappiamo anche, però, chi potrebbe rimanerci male.

Ed è lì che le cose si complicano.

Deludere qualcuno significa rompere, almeno per un momento, una previsione. L’altro si aspettava che fossimo disponibili, comprensivi, forti, affidabili, accomodanti, brillanti, presenti. Noi abbiamo contribuito negli anni a costruire quell’immagine e improvvisamente dovremmo essere proprio noi a incrinarla.

Non è facile.

Soprattutto perché molte delle identità che portiamo addosso sono nate molto prima che potessimo sceglierle. C’è quella che “non dà mai problemi”, quella “su cui si può sempre contare”, la figlia responsabile, il collega che risolve tutto, l’amica che risponde anche alle undici di sera, la persona forte che non ha mai bisogno di niente. All’inizio sono semplicemente comportamenti. Con il tempo diventano reputazione. E infine rischiano di trasformarsi in un contratto non scritto che nessuno ci ha obbligato a firmare, ma che continuiamo diligentemente a rinnovare.

Il paradosso è che essere considerati affidabili fa piacere. Essere necessari ancora di più. C’è una gratificazione sottile nell’essere quelli che non deludono mai, perché ci restituisce un’immagine rassicurante di noi stessi. Siamo bravi, buoni, indispensabili.

Poi, un giorno, non ne possiamo più. Ma scopriamo che uscire da un ruolo è molto più difficile che entrarci. Abbiamo abituato gli altri alla versione che vedono di noi. Se per dieci anni abbiamo risposto sempre “ci penso io”, la prima volta che diciamo “questa volta no” qualcuno potrebbe davvero restare sorpreso. Magari persino infastidito.

E qui torniamo immediatamente sui nostri passi. Mica perché il nostro no fosse sbagliato, ma perché non sopportiamo la reazione che provoca.

La paura di deludere ha infatti una parentela strettissima con il bisogno di approvazione. Gli esseri umani sono animali sociali e l’appartenenza al gruppo non è mai stata un dettaglio irrilevante della nostra storia. Essere accettati, riconosciuti e inclusi ha avuto per millenni un valore concreto per la sopravvivenza. Non sorprende quindi che il giudizio degli altri continui ad avere su di noi un potere enorme, anche quando il gruppo in questione è ormai composto da tre colleghi, una chat familiare e una conoscente che vediamo due volte l’anno.

Ma c’è qualcosa di ancora più interessante.

Non temiamo soltanto di perdere l’approvazione degli altri. Temiamo di modificare l’idea che abbiamo di noi stessi attraverso il loro sguardo.

Se sono sempre stata quella disponibile e improvvisamente dico no, chi divento? E se smetto di essere la figlia perfetta, sono ancora una buona figlia? Domani rinuncio a un progetto nel quale tutti hanno creduto, sto cambiando strada oppure sto fallendo?

È qui che la questione smette di riguardare la buona educazione e comincia a riguardare l’identità.

Perché qualche volta continuiamo a fare cose che non desideriamo più non per paura delle conseguenze pratiche, ma per evitare quella breve e dolorosa sensazione di essere diventati, agli occhi di qualcuno, diversi da come ci voleva.

Eppure crescere comporta inevitabilmente una certa quantità di delusione.

Cambiamo lavoro, idee, priorità, relazioni, desideri. Quello che volevamo a vent’anni può non interessarci più a quaranta, e quello che abbiamo costruito a quaranta può starci stretto a sessanta. Pretendere di evolvere senza modificare mai le aspettative degli altri è una richiesta impossibile. Sarebbe come voler cambiare strada continuando ad arrivare nello stesso posto.

Forse, allora, la domanda non è come evitare di deludere.

Prima o poi deluderemo qualcuno. Probabilmente più di qualcuno. E qualcuno deluderà noi, perché anche gli altri hanno il fastidioso diritto di non diventare esattamente ciò che avevamo previsto.

La domanda più interessante è quale prezzo siamo disposti a pagare pur di non farlo.

Perché esiste anche una delusione silenziosa, molto meno visibile e per questo più facile da ignorare. È quella che accumuliamo ogni volta che diciamo sì mentre avremmo voluto dire no, ogni volta che rimandiamo una scelta per non creare dispiacere, ogni volta che continuiamo a interpretare una versione di noi stessi diventata ormai troppo stretta.

Magari un giorno ci accorgiamo di aver trascorso una parte considerevole della nostra vita cercando di non deludere tutti gli altri, senza renderci conto che nel frattempo avevamo lasciato indietro proprio la persona con cui avremmo dovuto fare i conti più a lungo.

Noi stessi.

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