«Che cosa hai fatto nel fine settimana?»
«Niente.»
La risposta sarebbe completa, ma raramente ci fermiamo lì. Aggiungiamo che abbiamo avuto una settimana pesante alle spalle. Che pioveva. Che dovevamo recuperare un po’ di sonno. Se proprio vogliamo rendere il racconto presentabile, citiamo una lavatrice, una passeggiata o quel cassetto che finalmente abbiamo sistemato. Il fine settimana, insomma, non è andato perduto. Ci sono le prove.
Mi diverte quanto sia diventato difficile pronunciare un semplice «non ho fatto niente» senza sentire il bisogno di difenderlo. Del resto, sappiamo che non significa essere rimasti immobili per quarantotto ore. Abbiamo mangiato, dormito, forse letto qualche pagina e poi lasciato il libro sul tavolo. Abbiamo parlato con qualcuno. Magari ci siamo seduti sul divano con l’intenzione di guardare un film e abbiamo impiegato più tempo a sceglierlo che a vederlo. Una vita del tutto rispettabile, almeno finché non arriva il lunedì e dobbiamo raccontarla.
A quel punto il riposo sembra avere bisogno di uno scopo. Siamo rimasti a casa per ricaricare le energie. Abbiamo dormito per affrontare meglio la settimana. Ci siamo concessi una pausa perché poi saremo più concentrati. Sono tutte ragioni possibili, ma mi chiedo perché sentiamo di doverle fornire. Perché perfino il piacere di non avere programmi debba essere utile a qualcosa che verrà dopo.
Non ricordo di aver firmato un accordo in base al quale ogni domenica deve migliorare il lunedì. Eppure, a sentire come parliamo del nostro tempo, sembra proprio che esista.
Se andiamo a correre, ci prendiamo cura della salute. Quando leggiamo, coltiviamo la mente. Visitiamo una città, facciamo un’esperienza. Prepariamo il pane in casa, impariamo qualcosa e forse scattiamo anche una bella fotografia. Tutte cose piacevoli, quando ci va di farle. È il bisogno di trovare un rendimento a ogni attività a incuriosirmi. Una passeggiata può essere soltanto una passeggiata? Un libro può annoiarci a metà senza che la lettura diventi un’occasione sprecata? Possiamo fare il pane, scoprire che è venuto male e mangiarlo lo stesso, senza ricavarne una lezione sulla perseveranza?
Persino gli hobby, a volte, vengono interrogati sulle loro prospettive di carriera. Disegni bene? Dovresti vendere le tue illustrazioni. Fai delle torte magnifiche? Potresti aprire una pagina. Ti piace scrivere? Hai pensato a come farti conoscere? Il complimento è sincero, ma contiene una domanda: perché lasciare quella capacità fuori dal mercato? Come se una cosa che ci riesce bene fosse troppo preziosa per farla soltanto quando ne abbiamo voglia.
Naturalmente c’è chi trasforma una passione in un lavoro e ne è felice. Non vorrei togliergli nulla. Mi interessa la sorpresa con cui reagiamo a chi sceglie diversamente. A volte dipingere il giovedì sera, senza clienti e senza obiettivi, è proprio ciò che rende piacevole dipingere il giovedì sera. Appena qualcuno aspetta una consegna, il pennello può diventare un martello.
Così, quando il lunedì qualcuno ci chiede che cosa abbiamo fatto, ci viene voglia di trovare almeno un fatto degno di essere riferito. Sono stata a casa sembra una risposta povera. Mi sono presa del tempo per me suona meglio, anche se magari abbiamo passato metà pomeriggio a cercare gli occhiali che avevamo in testa. Basta cambiare formula e il tempo libero acquista una certa rispettabilità.
Non vorrei però fare di questa storia una faccenda risolvibile con un allegro invito a riposare di più. Per alcune persone il fine settimana è il solo momento in cui si può fare la spesa, pulire casa, accompagnare un genitore a trovare un parente, occuparsi dei figli senza l’aiuto di nessuno o recuperare un lavoro pagato male durante la settimana. C’è chi non dispone affatto di due giorni liberi. E chi, quando finalmente si siede, ha così tante incombenze in testa da non riuscire a sentirsi in pausa.
Dire a tutti godetevi il dolce far niente sarebbe bello ma per qualcuno potrebbe risultare irritante. Il tempo libero dipende dal lavoro che facciamo, dai soldi, dalla salute e da quante persone contano su di noi. Proprio per questo mi sembra strano che, quando riusciamo a ritagliarne un po’, ci sentiamo chiamati a dimostrare di averlo usato bene.
Forse la domanda del lunedì è innocente. Chi ci chiede del fine settimana vuole soltanto iniziare una conversazione; non sta compilando una scheda di valutazione. L’alibi, spesso, lo prepariamo da soli. Temiamo che niente ci faccia apparire noiosi, pigri o privi di interessi. Come se il nostro valore si potesse misurare dal numero di cose che abbiamo fatto tra sabato mattina e domenica sera.
E se qualcuno risponde davvero niente, succede una cosa curiosa. A volte ci affrettiamo a consolarlo: Dai, ogni tanto ci vuole. Gli concediamo una specie di permesso temporaneo, come per una piccola trasgressione. Ogni tanto ci vuole. Ma quanto spesso si può non fare niente prima che qualcuno cominci a preoccuparsi?
Il prossimo lunedì potrei provare a dirlo quel niente. Se il fine settimana è stato tranquillo, dire che è stato tranquillo. Se ho fatto qualcosa che mi è piaciuto, raccontarlo senza dover dimostrare che mi ha resa una persona migliore. E se qualcuno mi dice di non aver fatto niente, potrei evitare di cercargli un’attività da ricordare o una giustificazione convincente.
Magari è stato davvero un bel fine settimana. Anche senza amici, avventure o rotture generali.
