C’è stato un tempo in cui, quando non si conosceva un argomento, si aveva almeno la decenza di ascoltare chi ne sapeva di più. Non sempre, naturalmente. I tuttologi sono sempre esistiti, solo che per esprimersi dovevano aspettare la cena del sabato sera, trovare qualcuno disposto ad ascoltarli e, soprattutto, rischiare di essere contraddetti prima del dolce.
Oggi le cose sono fuori controllo. Basta un telefono, una connessione e una discreta fiducia nelle proprie capacità intellettuali per commentare una sentenza senza averla letta, discutere di medicina dopo aver consultato due siti, giudicare una decisione politica sulla base di un titolo e spiegare a un allenatore professionista come avrebbe dovuto schierare la squadra. Il tutto mentre aspettiamo che si cuocia la pasta.
Non vorrei sembrare nostalgica di un passato nel quale parlavano soltanto le persone autorizzate a farlo. Sarebbe sbagliato. La possibilità di partecipare al dibattito pubblico, di contestare gli esperti e di mettere in discussione le versioni ufficiali è una conquista importante. Il problema nasce quando confondiamo questa libertà con una specie di obbligo morale a pronunciarci su qualsiasi cosa. E soprattutto quando ci convinciamo che avere un’opinione equivalga a conoscere un argomento. Informarsi richiede tempo, pazienza e qualche volta la disponibilità a scoprire che le cose sono molto più complicate di quanto immaginassimo. Avere un’opinione, invece, può richiedere pochi secondi. Basta scegliere da che parte stare e trovare una frase sufficientemente convincente per comunicarlo.
Il fascino irresistibile delle certezze
Ho sempre trovato curioso il modo in cui alcune persone riescono a esprimere giudizi categorici su questioni che gli stessi studiosi affrontano con estrema cautela. Un ricercatore dedica vent’anni a una materia e continua a utilizzare espressioni come “i dati suggeriscono”, “non possiamo escludere” oppure “servono ulteriori approfondimenti”. Nel frattempo, qualcuno che ha letto un post sull’argomento ha già capito tutto, individuato i responsabili e possibilmente trovato anche la soluzione.
Bisogna riconoscere che tanta sicurezza ha un suo fascino. Le persone che non esitano mai sembrano sapere dove stanno andando. Parlano con decisione, non si lasciano intimidire dalle obiezioni e raramente concedono agli interlocutori il piacere di sentirle dire un “non ne ho proprio idea”.
La psicologia ha studiato questa curiosa tendenza a sentirci competenti su argomenti che conosciamo poco. Nel 1999 gli psicologi Justin Kruger e David Dunning hanno condotto una ricerca dalla quale è emerso che, in alcuni compiti, proprio le persone meno preparate tendevano a sopravvalutare le proprie capacità. Il motivo è interessante: quando conosciamo poco una materia, a volte ci mancano persino gli strumenti per renderci conto di quanto non sappiamo. Attenzione, però, a non trasformare questa osservazione in una regola universale. Non tutti gli incompetenti sono presuntuosi e non tutti gli esperti sono pieni di dubbi. Sarebbe troppo banale affermarlo. E probabilmente anche un po’ presuntuoso crederlo.
Poi sarebbe piuttosto ironico utilizzare male uno studio scientifico proprio mentre critico chi parla senza conoscere ciò di cui sta parlando.
Il punto interessante, per il mio ragionamento, è un altro: riconoscere i limiti delle proprie conoscenze richiede a sua volta una certa capacità di valutazione. Non sempre possediamo gli strumenti necessari per capire quanto ci manca da imparare. D’altra parte, se fossimo perfettamente consapevoli di tutto ciò che ignoriamo, probabilmente passeremmo molto meno tempo a discutere e molto di più a leggere. Con conseguenze forse disastrose per il mercato dei commenti online.
Quando un’opinione diventa una questione personale
C’è però qualcosa che mi incuriosisce ancora di più della sicurezza con cui esprimiamo certi giudizi: la difficoltà che incontriamo quando qualcuno li mette in discussione.
Una persona può contestare la nostra opinione su un argomento del quale, fino al giorno prima, ignoravamo persino l’esistenza. Eppure, nel giro di pochi minuti, quella posizione diventa così importante da meritare una discussione interminabile. Ci sentiamo attaccati, cerchiamo argomenti per difenderci, recuperiamo informazioni che confermano ciò che abbiamo appena sostenuto e cominciamo a guardare l’interlocutore con un certo sospetto.
Tutto questo per un’opinione che abbiamo formulato mentre bevevamo il caffè.
Perché ci affezioniamo così rapidamente alle nostre idee?
In parte perché le opinioni non servono soltanto a interpretare la realtà. Possono anche comunicare chi siamo, quali valori condividiamo e a quali persone desideriamo assomigliare. Alcune diventano elementi importanti della nostra identità. Metterle in discussione, allora, può essere vissuto come qualcosa di più personale di una semplice divergenza intellettuale.
Ma non tutte le nostre convinzioni hanno lo stesso peso. E forse sarebbe utile distinguere quelle maturate attraverso esperienza, studio e riflessione da quelle che abbiamo raccolto lungo la strada, magari soltanto perché ci sembravano convincenti. Poi mi chiedo se siamo così cocciuti da conservarle per sempre. C’è una libertà intellettuale che esercitiamo molto meno di quanto potremmo: quella di cambiare idea senza vivere il cambiamento come una sconfitta. Non sarebbe forse una risposta intelligente dire “Non conosco sufficientemente la questione per esprimermi”.
La velocità con cui ci facciamo convincere
Nel 2019 gli psicologi Gordon Pennycook e David Rand pubblicarono sulla rivista Cognition uno studio dedicato al rapporto tra ragionamento analitico e capacità di distinguere notizie vere da notizie false. Attraverso due studi che coinvolgevano complessivamente 3.446 partecipanti, i ricercatori osservarono che una maggiore propensione al ragionamento analitico era associata a una migliore capacità di distinguere titoli di notizie autentiche da titoli falsi, anche quando questi ultimi erano coerenti con le preferenze politiche dei partecipanti. La ricerca non dimostra che chi riflette più a lungo abbia sempre ragione, né che ogni errore nasca dalla pigrizia mentale. Suggerisce però qualcosa di interessante: fermarsi a ragionare può aiutarci a valutare meglio le informazioni, invece di accettarle semplicemente perché ci sembrano plausibili o confermano ciò che già pensiamo.
E qui dovremmo ammettere una piccola debolezza collettiva. Ci piace essere informati, ma non sempre ci piace la fatica necessaria per esserlo davvero.
Leggiamo un titolo e ci facciamo un’idea. Scorriamo qualche commento e quell’idea acquista consistenza. Troviamo qualcuno che la pensa come noi e cominciamo a sentirci ragionevolmente sicuri. Quando arriva una voce contraria, anziché domandarci se possa avere qualche elemento interessante, spesso siamo già impegnati a preparare la risposta. Il problema non riguarda soltanto le informazioni false. Possiamo costruire opinioni fragili anche partendo da notizie vere, se non conosciamo il contesto, ignoriamo i dati mancanti o attribuiamo a un singolo episodio un significato generale che non possiede. Una notizia può essere corretta e la conclusione che ne traiamo completamente sbagliata.
È una distinzione che meriterebbe molta più attenzione, soprattutto in un periodo nel quale la velocità della comunicazione lascia poco spazio alla riflessione.
Il diritto di parlare e la responsabilità di sapere
Qui sento il bisogno di fare una precisazione, anche per evitare che questo articolo venga interpretato come una difesa degli esperti contro il resto del mondo. Non penso affatto che soltanto chi possiede una laurea o un titolo professionale abbia il diritto di intervenire in una discussione. Sarebbe assurdo. Esistono persone capaci di ragionamenti lucidissimi senza avere frequentato l’università e professionisti che, pur possedendo qualifiche prestigiose, possono commettere errori, sostenere posizioni discutibili o parlare al di fuori del proprio campo di competenza.
Un titolo di studio non è un lasciapassare per avere sempre ragione.
E nemmeno l’esperienza personale va liquidata con sufficienza. Chi vive direttamente una situazione può conoscere aspetti che sfuggono a chi la osserva dall’esterno. Un lavoratore può descrivere problemi che un rapporto aziendale non riesce a rappresentare; un cittadino può individuare le conseguenze concrete di una decisione politica. Ma aver vissuto un problema non ci rende automaticamente competenti su ogni possibile soluzione.
È qui che, secondo me, dovremmo imparare a essere più precisi anche nel modo di parlare.
Dire: “Questa è stata la mia esperienza” è diverso da sostenere “Le cose funzionano sempre così”. Raccontare ciò che abbiamo osservato non equivale a dimostrare una regola generale. La competenza non dovrebbe servire a zittire gli altri, ma a rendere le conversazioni più ricche. E il dubbio non dovrebbe essere considerato una prova di debolezza, bensì un elemento normale di qualsiasi ragionamento serio.
Naturalmente tutto questo richiede una disponibilità che non sempre possediamo: accettare che una questione possa essere complessa anche quando noi avremmo una gran voglia di risolverla in tre minuti.
Anche il silenzio può essere una posizione
C’è un altro aspetto che trovo particolarmente curioso. Oggi non esprimere un’opinione può essere interpretato come una mancanza di coraggio, di interesse o addirittura di sensibilità. Di fronte a un fatto di cronaca, a una controversia pubblica o a una questione sociale, sembra che ciascuno debba dichiarare immediatamente da che parte sta. Se non lo fa, qualcuno potrebbe domandargli perché tace. Non è forse vero che il silenzio può avere motivazioni molto diverse?
Possiamo tacere perché non ci interessa ciò che accade, perché temiamo di esporci oppure perché preferiamo non compromettere una relazione. Ma possiamo anche scegliere di aspettare, leggere, ascoltare e comprendere meglio prima di pronunciarci. Non metterei tutte queste situazioni sullo stesso piano. Esistono circostanze nelle quali prendere posizione è importante, persino necessario. Il silenzio può avere conseguenze e non sempre è una scelta neutrale. Sarebbe ingenuo sostenere il contrario. Ma esistono anche questioni sulle quali esprimere immediatamente un giudizio non aggiunge nulla alla discussione, se non un’altra voce a un coro già piuttosto affollato.
La difficoltà sta nel distinguere le due situazioni. E forse nel riconoscere che non tutto ciò che accade nel mondo richiede una nostra dichiarazione personale. Questa idea, per chi è abituato a comunicare, può risultare particolarmente scomoda. Anche il mio mestiere mi porta a osservare, interpretare, raccontare e formulare giudizi. Ma proprio per questo considero importante la differenza tra il desiderio di intervenire e la responsabilità di farlo con cognizione di causa.
Avere a disposizione uno spazio per parlare non significa necessariamente avere qualcosa di utile da aggiungere.
Il coraggio, qualche volta, è dire “non lo so”
Mi domando quando abbiamo cominciato a considerare imbarazzante l’ammissione di non sapere qualcosa. Non conoscere un argomento dovrebbe essere una condizione normalissima. Nessuno può possedere competenze approfondite in ogni disciplina, seguire tutte le notizie, comprendere ogni questione scientifica e avere contemporaneamente un’opinione fondata su economia, geopolitica, alimentazione, educazione e intelligenza artificiale. Eppure, ci comportiamo spesso come se l’ignoranza fosse un difetto da nascondere anziché una condizione dalla quale partire per imparare. Forse temiamo che ammettere un limite possa diminuire la considerazione che gli altri hanno di noi. O forse ci siamo semplicemente abituati a un ambiente nel quale le risposte vengono premiate più delle domande e la sicurezza risulta più convincente della prudenza.
Non vorrei, però, sostituire un eccesso con quello opposto. Non abbiamo bisogno di trasformarci in persone che dubitano di tutto, non decidono mai e considerano ogni opinione ugualmente valida. Esistono fatti documentati, conoscenze consolidate, evidenze solide e questioni sulle quali è perfettamente ragionevole prendere posizione. Il pensiero critico non consiste nel sospettare sistematicamente di chiunque sappia qualcosa. E nemmeno nel ripetere che la verità sta sempre nel mezzo, come se ogni discussione fosse una pizza da dividere equamente tra i commensali. Consiste anche nel riconoscere quando abbiamo elementi sufficienti per esprimere un giudizio e quando, invece, stiamo soltanto riempiendo un vuoto con la nostra voce. Forse dovremmo rivalutare alcune espressioni che abbiamo quasi smesso di usare con naturalezza: “Non ne so abbastanza”, “Devo approfondire”, “Potrei sbagliarmi”. Non sono dichiarazioni di inferiorità intellettuale. Sono modi per lasciare aperta la possibilità di imparare qualcosa.
E, soprattutto, ci risparmiano la fatica di difendere per settimane una sciocchezza pronunciata in trenta secondi.
Perché alla fine il problema non è avere opinioni. Ne abbiamo bisogno per orientarci, scegliere, discutere e partecipare alla vita collettiva. Sarebbe una società tristissima quella in cui ciascuno aspettasse il permesso di un esperto prima di aprire bocca. Il problema è attribuire a ogni convinzione il valore di una conoscenza e a ogni conoscenza presunta il diritto di essere ascoltata. Personalmente, continuo a trovare molto interessanti le persone che sanno sostenere le proprie idee con passione. Ma comincio ad apprezzare ancora di più quelle capaci di fermarsi, ascoltare un’obiezione e ammettere che forse c’è qualcosa che non avevano considerato.
Non farà aumentare i commenti e difficilmente diventerà virale. D’altro canto immaginate quanto sarebbero più piacevoli certe conversazioni se, ogni tanto, qualcuno avesse il coraggio di dire: “Su questo non ho un’opinione”. E soprattutto se gli altri resistessero alla tentazione di spiegargli immediatamente quale dovrebbe avere.
