“Una volta sì che si stava bene.”
È una frase che prima o poi abbiamo pronunciato tutti, con l’aria di chi possiede informazioni riservate su un’epoca irrimediabilmente persa. Basta una vecchia fotografia, una canzone ascoltata per caso o il profumo di qualcosa che non mangiavamo da anni e ci ritroviamo a rimpiangere un periodo della nostra vita che, a un’attenta analisi, non era affatto quella meraviglia che oggi raccontiamo.
Pensiamo agli anni della scuola. Li ricordiamo come un tempo spensierato, fatto di amicizie, risate, pomeriggi interminabili e vacanze che sembravano non finire mai. Curiosamente, nella ricostruzione scompaiono le interrogazioni, le delusioni sentimentali, i genitori che non capivano niente e quella voglia disperata di diventare grandi per poter finalmente fare ciò che ci pareva. Poi siamo diventati grandi e abbiamo cominciato a rimpiangere proprio gli anni nei quali non vedevamo l’ora di crescere.
Una coerenza ammirevole.
Naturalmente non tutti ricordiamo la giovinezza con piacere, e non tutti abbiamo avuto un passato che meriti di essere rimpianto. Ma il meccanismo mi incuriosisce: com’è possibile che certi periodi diventino così desiderabili soltanto dopo essere finiti? E soprattutto, quanto c’è di vero nei nostri ricordi e quanto, invece, abbiamo aggiunto noi con il passare del tempo? Perché la nostalgia ha un talento straordinario. Riesce a farci desiderare di tornare in luoghi, situazioni e perfino relazioni dalle quali, quando ci trovavamo dentro, cercavamo disperatamente di uscire.
Il passato ha un ottimo ufficio stampa
La memoria non funziona come un archivio nel quale conserviamo registrazioni fedeli della nostra vita. Ricordare significa anche ricostruire, interpretare e dare un senso a ciò che abbiamo vissuto. Le emozioni presenti, le conoscenze acquisite e il modo in cui oggi guardiamo noi stessi possono influenzare il racconto che facciamo del passato.
Nel 1997 gli studiosi Terence Mitchell, Leigh Thompson, Erika Peterson e Randy Cronk pubblicarono sul Journal of Experimental Social Psychology una ricerca dedicata a un fenomeno chiamato rosy view, che potremmo tradurre come la tendenza a guardare retrospettivamente certe esperienze attraverso una lente più rosea. I ricercatori esaminarono, in tre indagini, come le persone valutavano alcuni eventi prima di viverli, durante l’esperienza e successivamente.
Tra le situazioni studiate c’erano un viaggio in Europa, una vacanza del Ringraziamento e un’escursione in bicicletta di tre settimane in California. In quei casi emerse qualcosa di interessante: le aspettative iniziali e i ricordi successivi erano più positivi delle valutazioni espresse mentre gli eventi venivano realmente vissuti.
Tradotto nella vita quotidiana, possiamo trascorrere una vacanza lamentandoci del caldo, del traffico, dell’albergo e del vicino di ombrellone che telefona in vivavoce per aggiornare tutta la famiglia sulle proprie condizioni intestinali. Poi, qualche mese dopo, guardiamo le fotografie e diciamo con gli occhi lucidi: “Che vacanza meravigliosa!”.
Attenzione, però. Lo studio non dimostra che tutti i nostri ricordi siano falsi o che idealizziamo inevitabilmente ogni esperienza. Mostra che, in determinate circostanze, la valutazione di ciò che abbiamo vissuto può cambiare nel tempo. E questo, a pensarci bene, è piuttosto comprensibile. Mentre viviamo un’esperienza dobbiamo occuparci anche dei suoi inconvenienti. Quando la ricordiamo, invece, possiamo permetterci di scegliere su quali aspetti soffermarci.
Il passato ha questo vantaggio sul presente: non dobbiamo più affrontarne le seccature.
Ma che cosa stiamo rimpiangendo davvero?
Mi sono chiesta spesso se, quando diciamo di avere nostalgia di un periodo, desideriamo davvero tornare a viverlo oppure rimpiangiamo qualcosa che quel periodo rappresentava.
Pensiamo a una vecchia casa. Magari era piccola, poco luminosa, con un riscaldamento che funzionava a giorni alterni. Eppure, a distanza di anni, possiamo ricordarla con un affetto enorme. Non perché fosse particolarmente confortevole, ma perché lì abitavano persone che amavamo, perché ci sentivamo protetti oppure perché in quelle stanze è accaduto qualcosa che ha contribuito a renderci ciò che siamo.
La nostalgia, in questi casi, non riguarda i metri quadrati. Riguarda la vita che li riempiva.
Lo stesso vale per certe canzoni. Se le ascoltassimo oggi per la prima volta, forse le giudicheremmo mediocri, magari persino insopportabili. Ma basta sentirne le prime note per ritrovarci in una discoteca, in macchina con gli amici o davanti a qualcuno che non vediamo da trent’anni. E improvvisamente quel brano diventa bellissimo. Le abbiamo semplicemente affidato un pezzo della nostra storia.
E qui vorrei difendere la nostalgia, perché finora l’abbiamo trattata come una signora un po’ bugiarda, abile a ritoccare le fotografie prima di mostrarcele. In realtà può svolgere anche una funzione psicologica importante.
Nel 2008 gli psicologi Constantine Sedikides, Tim Wildschut, Jamie Arndt e Clay Routledge pubblicarono su Current Directions in Psychological Science una revisione degli studi sulla nostalgia. Il loro lavoro descriveva questa emozione non soltanto come un rimpianto malinconico, ma anche come una risorsa capace, in determinate condizioni, di rafforzare il senso di appartenenza, favorire emozioni positive e sostenere la percezione di continuità della propria identità. In altre parole, ricordare persone e momenti significativi può aiutarci a sentirci meno soli e a riconoscere un filo che unisce ciò che eravamo a ciò che siamo diventati.
Non mi sembra poco.
Soprattutto quando la vita cambia, quando perdiamo qualcuno o quando ci troviamo in una fase nella quale facciamo fatica a riconoscerci, tornare con la memoria a certi momenti può essere una forma di conforto. Non perché il passato fosse perfetto, ma perché ci ricorda che abbiamo amato, siamo stati amati, abbiamo costruito legami e attraversato esperienze che continuano ad appartenerci. La nostalgia, insomma, non mente sempre. A volte ci racconta una verità che avevamo dimenticato.
Il grande equivoco dei bei tempi andati
Le cose si complicano quando passiamo dal ricordo personale al giudizio sul mondo.
“Una volta le persone erano più educate.” “I ragazzi avevano più rispetto.” “Si lavorava meglio.” “Le famiglie erano più unite.”
La parola una volta possiede una caratteristica straordinaria: non richiede quasi mai di specificare una data.
Di quale periodo stiamo parlando? Degli anni Cinquanta, Sessanta, Ottanta? E per chi erano davvero migliori? Per le donne, per i giovani, per chi aveva meno possibilità economiche, per chi non rientrava nei modelli sociali dominanti?
Naturalmente alcuni aspetti del passato potevano essere migliori di quelli attuali. Non sarebbe serio sostenere che il progresso proceda sempre nella stessa direzione e che ogni cambiamento costituisca automaticamente un miglioramento. Esistono abitudini perdute che meriterebbero di essere recuperate, forme di socialità che si sono indebolite e trasformazioni che hanno prodotto conseguenze tutt’altro che positive. Ma quando idealizziamo un’intera epoca rischiamo di dimenticare che non tutti la vivevano nello stesso modo.
Prendiamo il fatto che un tempo le famiglie fossero più unite. Magari in alcuni casi lo erano. Ma non possiamo ignorare che certi legami venivano mantenuti anche perché separarsi era economicamente difficile, socialmente stigmatizzato o semplicemente impraticabile.
La durata di una relazione, da sola, non ci dice quanto fossero felici le persone che la vivevano. E quando qualcuno sostiene che i giovani di una volta fossero tutti più rispettosi, mi viene da domandarmi se abbia mai ascoltato davvero i racconti delle generazioni precedenti. A giudicare dalle lamentele che attraversano i secoli, ogni generazione sembra aver avuto la sfortuna di crescere dopo una gioventù esemplare.
Dev’essere stato un periodo molto breve, quello in cui i ragazzi erano tutti educati. Probabilmente è terminato prima che qualcuno riuscisse a documentarlo.
Rimpiangiamo il passato o la persona che eravamo?
C’è però una questione più delicata, che merita di essere affrontata senza ironia. Qualche volta non rimpiangiamo affatto il mondo di ieri. Rimpiangiamo noi stessi. La nostra energia, le possibilità che immaginavamo di avere, il tempo che sembrava infinito.
Ricordiamo un’estate lontana e ci convinciamo che fosse più bella di quelle attuali. Magari lo era davvero. Ma forse ciò che ci manca non è quella spiaggia, né il ristorante dove andavamo a cena. Ci manca la persona che eravamo quando frequentavamo quei luoghi. Quella che poteva permettersi di non sapere ancora come sarebbe andata la propria vita.
A vent’anni il futuro è spesso un territorio enorme, nel quale immaginiamo di poter diventare molte persone diverse. Con il passare del tempo alcune possibilità si realizzano, altre vengono abbandonate, altre ancora smettono semplicemente di essere disponibili.
Non è necessariamente una tragedia. Crescere significa anche scegliere e ogni scelta comporta qualche rinuncia. Ma può capitare di guardare indietro con tenerezza non tanto per ciò che abbiamo vissuto, quanto per tutto quello che allora pensavamo sarebbe potuto accadere.
E qui la nostalgia diventa più difficile da interpretare, perché si mescola al rimpianto, alla gratitudine e talvolta al dolore.
Non credo sia corretto liquidarla come un’incapacità di vivere il presente. Sarebbe una lettura superficiale. Ci sono assenze che nessuna novità può sostituire e momenti che continueremo a desiderare proprio perché sappiamo che non torneranno.
Una voce che non possiamo più ascoltare, una tavola attorno alla quale non si riuniranno più le stesse persone, una casa che esiste ancora ma che, senza chi la abitava, non ci sembra più la stessa. In questi casi non abbiamo bisogno che qualcuno ci ricordi di guardare avanti. Lo sappiamo benissimo che il tempo procede in una sola direzione. È proprio questo, qualche volta, a farci male.
Il presente parte sempre svantaggiato
C’è un’ingiustizia di cui parliamo poco: il presente deve competere con un passato che abbiamo già avuto il tempo di sistemare.
La giornata di oggi contiene problemi da risolvere, imprevisti, telefonate fastidiose, responsabilità e una quantità di piccole incombenze che difficilmente finiranno in un album dei ricordi. Il passato, invece, ci arriva già selezionato. Conserviamo le fotografie delle feste, molto meno quelle delle discussioni per organizzare chi avrebbe dovuto portare il dolce.
Non fotografiamo quasi mai la noia di un pomeriggio qualunque. Eppure anche quella faceva parte della nostra vita.
Forse è per questo che certe epoche ci sembrano così ricche e il presente, al confronto, così ordinario. Del passato conosciamo già i momenti che hanno meritato di essere ricordati. Del presente stiamo ancora vivendo anche tutto il resto. E tuttavia non vorrei arrivare alla solita conclusione secondo cui dovremmo imparare ad apprezzare ogni istante. È un invito che, quando viene preso troppo sul serio, rischia di trasformarsi in un’altra incombenza. Come se non bastasse vivere, dovessimo anche preoccuparci di essere sufficientemente grati mentre paghiamo una bolletta o aspettiamo il nostro turno dal dentista.
Non tutti i momenti sono speciali. Per fortuna.
Una parte considerevole della vita è fatta di giornate normali, che non meritano grandi riflessioni e non lasceranno ricordi memorabili. Ma dentro quella normalità accadono anche cose che forse riconosceremo soltanto più avanti.
Una conversazione che oggi ci sembra insignificante, una cena in famiglia, un’abitudine che diamo per scontata. Potrebbero diventare, un giorno, proprio quei frammenti che ricorderemo con maggiore affetto. È una possibilità che trovo commovente e un po’ irritante allo stesso tempo. Perché significa che, mentre ci lamentiamo del presente, potremmo già star vivendo qualcosa di cui un giorno sentiremo la mancanza.
E probabilmente continueremo a lamentarci lo stesso.
Non tutto quello che ricordiamo era migliore
Forse il problema non è la nostalgia, ma l’uso che decidiamo di farne.
Possiamo rimpiangere alcune persone senza trasformare il presente in una brutta copia del passato. Riconoscere che certe esperienze sono state irripetibili senza pretendere che la vita debba per forza riproporcele.
E possiamo anche ammettere che qualche volta il passato era davvero migliore, almeno per noi, sotto determinati aspetti. Non c’è bisogno di negarlo per dimostrare di essere persone moderne, ottimiste e perfettamente adattate al cambiamento.
La vita non è una gara nella quale ogni stagione deve necessariamente superare la precedente.
Ci sono anni meravigliosi e anni che preferiremmo dimenticare. Ci sono periodi nei quali ci sentiamo finalmente al posto giusto e altri durante i quali fatichiamo a trovare una ragione per alzarci dal letto. Non tutto migliora con il tempo, ma non tutto peggiora. E soprattutto non tutto può essere misurato con lo stesso metro.
Quello che mi interessa è la nostra tendenza a trasformare i ricordi in prove. Ricordiamo una serata bellissima e concludiamo che allora si viveva meglio. Ripensiamo a un amore perduto e ci convinciamo che nessuno ci abbia più amato allo stesso modo. Ritroviamo una fotografia di quando eravamo giovani e ci sembra che la felicità abitasse stabilmente in quell’epoca.
Ma una fotografia racconta un momento, non un’intera esistenza.
E una bella serata non rende automaticamente felice l’anno in cui l’abbiamo vissuta.
La nostalgia può essere una compagna preziosa, a patto di non affidarle il compito di giudicare tutta la nostra vita. È bravissima a custodire gli affetti, a restituirci emozioni e a ricordarci chi siamo stati. Molto meno affidabile quando pretende di stabilire che il meglio sia già successo.
Continuo a pensare che sia una bugiarda molto convincente. Una di quelle persone alle quali perdoniamo volentieri qualche esagerazione perché, mentre raccontano, riescono a farci sorridere e qualche volta persino commuovere.
Non vorrei rinunciare ai suoi racconti.
Mi piacerebbe soltanto ricordarmi, ogni tanto, che la prossima volta che penserò “quanto si stava bene allora”, forse dovrei chiedermi quanto mi rendevo conto di stare bene mentre quel tempo lo vivevo.
E soprattutto se, tra vent’anni, non finirò per rimpiangere proprio questi giorni, quelli che oggi considero così poco interessanti. Sarebbe una bella beffa.
