Hai presente quelle persone che dicono quello che pensano senza soffrire di sensi di colpa o ripensamenti? Sono quelle che rifiutano un invito senza inventarsi un’influenza intestinale, rispondono ai messaggi quando ne hanno voglia e, alla faccia nostra, dormono sonni tranquilli. Poi ci siamo noi, che magari abbiamo impiegato venti minuti a scrivere un messaggio per declinare una cena, altri dieci per scegliere la faccina più rassicurante e il resto della serata a domandarci se l’altra persona si sia offesa.
Mi sento di dire che apparteniamo a quella categoria di persone che si considera gentile. E ci tiene parecchio a esserlo. È una parola che ci piace perché ci rappresenta. Oddio, ci permette anche di credere di avere una morale superiore alla media e di guardare di traverso chi asfalta la vita degli altri senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. E visto che questo non si può negare mi è venuto un dubbio. Non sarà che dietro questa impeccabile educazione si nasconde la paura di non piacere?
Tra essere gentili e voler piacere a tutti i costi c’è una grande differenza. Per esempio, quando facciamo l’ennesimo favore a un amico, è generosità oppure temiamo che, rifiutando, quella persona possa cambiare opinione su di noi? Evitiamo una discussione per rispetto delle opinioni altrui o perché il solo pensiero di un conflitto ci provoca una forma di orticaria emotiva?
Agli occhi degli altri risultiamo sempre piacevoli, disponibili, accomodanti. Una benedizione, soprattutto per chi ci sta intorno. Il problema comincia quando ci accorgiamo che quella gentilezza non è più una scelta, ma una specie di obbligo che ci siamo imposti da soli.
La nostra reputazione è una faccenda seria
Allora mi chiedo se davvero a qualcuno non interessa il giudizio degli altri. Ho incontrato persone che lo dichiarano apertamente, salvo poi controllare quante visualizzazioni abbia ottenuto il suo ultimo post. La verità è che desiderare di essere apprezzati non è una debolezza di cui vergognarsi. È una caratteristica umana, e anche piuttosto comprensibile.
Nel 1995 gli psicologi Roy Baumeister e Mark Leary pubblicarono su Psychological Bulletin un’importante revisione della letteratura scientifica intitolata The Need to Belong: Desire for Interpersonal Attachments as a Fundamental Human Motivation. La loro analisi sosteneva che il bisogno di costruire e mantenere legami interpersonali stabili rappresenta una motivazione fondamentale dell’essere umano. Non cerchiamo relazioni soltanto per compagnia: l’appartenenza influenza le nostre emozioni, i pensieri e molti dei nostri comportamenti.
In sostanza, essere accettati dagli altri conta. E conta parecchio.
Un punto però deve essere chiarito, secondo me. Appartenere a un gruppo non equivale a ottenere l’approvazione incondizionata di ogni suo componente. Possiamo essere amati senza essere sempre simpatici, rispettati senza essere continuamente d’accordo e considerati persone perbene anche dopo aver detto qualcosa che non ha fatto piacere a nessuno.
Ma c’è chi continua a comportarsi come se ogni disaccordo potesse trasformarsi in una piccola espulsione dalla comunità. Così impariamo a calibrare le parole, addolcire le opinioni, anticipare le reazioni. Diventiamo abilissimi nel capire che cosa gli altri desiderano sentirsi dire e, con il tempo, un po’ meno capaci di riconoscere quello che pensiamo davvero.
Non è ipocrisia. A volte è soltanto un’abitudine così consolidata da diventare parte di noi, in modo invisibile.
Il talento di essere la persona giusta per chiunque
Nel 1990 gli psicologi Mark Leary e Robin Kowalski dedicarono uno studio teorico a un fenomeno chiamato “Impression Management: A Literature Review and Two-Component Model”, in sintesi la motivazione alla gestione dell’impressione che gli altri si formano di noi. E la costruzione della stessa. Secondo il modello proposto dai due ricercatori, le persone possono essere motivate a controllare la propria immagine sociale e ad adottare comportamenti coerenti con l’impressione che desiderano suscitare.
Detto in termini meno accademici, ci preoccupiamo di come appariamo e qualche volta ci diamo parecchio da fare per indirizzare il giudizio altrui.
Immaginiamo quante volte scegliamo un abito appropriato per un’occasione, moderiamo il linguaggio durante una riunione o evitiamo di raccontare i nostri problemi digestivi a una persona appena conosciuta. Sono forme di educazione, galateo, savoir-faire. D’altra parte, cosa succederebbe se ognuno di noi esprimesse ogni pensiero nell’istante in cui gli attraversa la mente?
Ma esiste una differenza tra adattarsi a una situazione e modificarsi continuamente per ottenere approvazione. La persona che vuole piacere a tutti sviluppa spesso una sensibilità straordinaria per gli umori altrui. Capisce quando qualcuno è contrariato, intercetta le tensioni prima che diventino esplicite, sa quali argomenti evitare e quali complimenti distribuire. In certi ambienti professionali potrebbe fare carriera come esperta meteorologica delle emozioni: percepisce un temporale relazionale quando gli altri stanno ancora cercando gli occhiali da sole.
La considero una capacità molto preziosa, purché non venga utilizzata soprattutto per proteggersi dal giudizio negativo. A quel punto non stiamo più cercando di comprendere gli altri. Stiamo cercando di controllare la loro reazione nei nostri confronti. E siccome le reazioni umane sono notoriamente poco collaborative, finiamo per impegnarci in un lavoro a tempo pieno senza stipendio, ferie o prospettive di pensionamento.
Ma siamo davvero così generosi?
Voler piacere a tutti può contenere anche una certa dose di egoismo.
Non quello evidente di chi pretende di avere sempre ragione o desidera essere al centro dell’attenzione. Un egoismo più discreto, perfettamente compatibile con le buone maniere. Quando cerchiamo continuamente di essere apprezzati, infatti, la nostra attenzione può spostarsi dal benessere dell’altro all’immagine che l’altro conserva di noi. Pensiamo di essere altruisti perché evitiamo di contraddire un amico, ma forse non vogliamo affrontare il suo disappunto. Ci convinciamo di essere comprensivi perché non diciamo mai a una persona che il suo comportamento ci ferisce, ma forse temiamo di perdere il ruolo rassicurante che abbiamo conquistato nella relazione.
E magari, mentre ci congratuliamo con noi stessi per la nostra sensibilità, stiamo privando qualcuno della possibilità di conoscere ciò che pensiamo veramente. C’è persino una forma di presunzione nel credere che tutti debbano necessariamente avere una buona opinione di noi. Come se la nostra persona fosse un prodotto da commercializzare senza recensioni negative. Cinque stelle, possibilmente, anche da parte di chi ci conosce appena.
Proviamo a pensare a tutte le persone che abbiamo incontrato e che non ci piacciono, senza che questo abbia necessariamente scatenato una guerra mondiale. Per quale motivo, allora, dovrebbe essere intollerabile che qualcuno provi la stessa cosa nei nostri confronti?
La gentilezza non è sempre accomodante
Non voglio dire che dobbiamo imparare a dire sempre quello che pensiamo. Sarebbe un pessimo consiglio. Mica ogni pensiero merita di diventare una dichiarazione pubblica. Per non parlare del fatto che ci sono persone che giustificano le proprie uscite infelici dicendo: “Io sono fatto così, sono sincero”. Un bel modo per confondere la mancanza di tatto con una qualità caratteriale, non trovate? La gentilezza autentica richiede attenzione, misura e persino qualche rinuncia. Ci sono momenti in cui tacere è una forma di rispetto, altri in cui fare un passo indietro evita un conflitto inutile. Non abbiamo bisogno di trasformare ogni cena in un dibattito parlamentare per dimostrare di possedere una personalità.
Ma essere gentili non significa nemmeno rendere le relazioni completamente prive di attrito.
A volte la gentilezza consiste nel dire a un amico qualcosa che non desidera sentire, scegliendo le parole con cura. Nel non alimentare aspettative che sappiamo di non poter soddisfare. Nel rifiutare un impegno prima che il nostro risentimento finisca per trasformarlo in un favore fatto male. Una persona può essere educata e ferma, affettuosa e contraria, comprensiva senza essere d’accordo. Sono combinazioni perfettamente possibili, anche se meno comode di quanto ci abbiano insegnato.
Quando essere apprezzati diventa una necessità
Anche voi avete notato che chi desidera approvazione continua non è mai del tutto soddisfatto? Ricevono un complimento e ne sono felici, ma basta una risposta più fredda del previsto, un invito mancato o un messaggio lasciato senza risposta perché la loro tranquillità vacilli. Queste persone si danno da fare per ricostruire conversazioni, cercare segnali, chiedersi se hanno detto qualcosa di sbagliato. Per poi scoprire, dopo ore di analisi, che l’altra persona aveva semplicemente il telefono scarico. Ciò che rende faticosa questa condizione non è il desiderio di essere benvoluti, ma la quantità di potere che concediamo alle reazioni altrui.
Se il nostro valore dipende soprattutto dall’essere approvati, ogni relazione rischia di trasformarsi in un esame. Bisogna anche riconoscere che non tutti partiamo dalle stesse condizioni. In alcune famiglie, ambienti di lavoro o relazioni, essere accomodanti viene premiato mentre esprimere dissenso comporta conseguenze reali. Ci sono persone che hanno imparato molto presto a osservare l’umore degli altri per evitare tensioni, punizioni o esclusioni. In questi casi, ciò che dall’esterno sembra un eccesso di compiacenza può essere stato, per molto tempo, un modo ragionevole di proteggersi.
Sarebbe ingiusto liquidare tutto con un invito a diventare più coraggiosi. Non ogni silenzio nasce dalla debolezza e non tutti possono permettersi la stessa libertà di contraddire. Ma quando le circostanze cambiano, può accadere che certe abitudini rimangano. Continuiamo a cercare il consenso anche dove non è più necessario, a chiedere permesso per desideri che non danneggiano nessuno, a sentirci in colpa per aver espresso una preferenza.
E così, senza accorgercene, affidiamo agli altri il compito di decidere quanto possiamo essere noi stessi.
Il diritto di non essere simpatici
Con gli anni, almeno in teoria, dovremmo diventare più capaci di distinguere ciò che conta da ciò che ci pesa. Nella pratica, conosco il genere umano abbastanza da sostenere che l’età non garantisce automaticamente alcuna illuminazione. Si può arrivare a sessant’anni con una splendida collezione di esperienze e continuare a preoccuparsi perché una conoscente ha risposto “Va bene” invece di “Va benissimo!”.
Sono certa che la gentilezza resti una delle qualità più preziose nelle relazioni umane. Questo mi sta particolarmente a cuore, soprattutto oggi, quando l’aggressività viene spesso scambiata per carattere e l’arroganza per sicurezza di sé.
Ma una gentilezza che dipende interamente dall’approvazione rischia di perdere la propria libertà.
Forse la differenza tra essere gentili e voler piacere a tutti sta proprio qui. Nel primo caso riconosciamo il valore delle altre persone e scegliamo di trattarle con rispetto. Nel secondo attribuiamo al loro giudizio un’importanza tale da sacrificare, qualche volta, anche il rispetto per noi stessi. Non è necessario diventare antipatici per dimostrare di avere una personalità. E non serve distribuire no come fossero volantini pubblicitari. Possiamo continuare a essere premurosi, educati, disponibili, persino accomodanti quando ne vale la pena. A patto di ricordare che la gentilezza dovrebbe essere qualcosa che offriamo agli altri, non il prezzo che paghiamo per essere accettati.
Del resto, piacere a tutti non sarebbe un po’ sospetto? Personalmente, diffiderei di qualcuno sul quale nessuno ha mai avuto niente da ridire. O è un santo, oppure ha passato una vita intera a non farsi conoscere.
