C’è stato un tempo in cui, davanti a un piatto fumante, succedeva una cosa piuttosto rivoluzionaria. Si mangiava. Oggi, invece, arriva il cameriere, appoggia il piatto sul tavolo e per qualche secondo nessuno tocca la forchetta. Si crea una specie di silenzio liturgico. Qualcuno inclina il piatto verso la finestra, qualcun altro sposta il bicchiere, un altro ancora chiede con estrema serietà: “Aspetta… non mangiare.” Perché continuiamo a fotografare il cibo?
Il risotto non può aver improvvisamente acquisito un valore storico.
Si scattano fotografie da ogni angolazione. C’è chi si alza in piedi. Chi utilizza la modalità ritratto. Chi rifà lo scatto quattro volte perché la burrata “non rende”. Poi, finalmente, arriva il via libera. Il cibo può iniziare a fare ciò per cui è stato cucinato. Essere mangiato.
La domanda è inevitabile: perché continuiamo a fotografare il cibo?
La risposta più ovvia è anche la meno interessante è: “Lo facciamo perché è bello.”
Sul serio?
Fotografiamo la qualunque. E il cibo fa parte della qualunque. Eppure negli ultimi anni è diventata un’ossessione, penso abbia preso una categoria tutta sua. Ha tutta l’impressione di non essere qualcosa che vogliamo ricordare. È qualcosa che vogliamo mostrare. La questione qui cambia faccia, smette di parlare di gastronomia e comincia a parlare di comportamento umano.
Per diversi anni abbiamo utilizzato i social come una vetrina della felicità. Nessuno osava postare una foto orrenda e tantomeno di se stesso triste o in disordine. Finché, bulimici di bellezza disumana la tendenza cambia improvvisamente. Si era capito che il 90 per cento di pubblicato era falso o, nella migliore delle ipotesi, frutto di un attimo di felicità. Lotta allora ai falsi miti e ai visi di anziane piallate come neonati. Per essere credibili c’era bisogno di condividere il racconto di chi eravamo veramente. Un bisogno impellente di svelare la realtà dei fatti priva di ipocrisie filtrate da app migliorative o storytelling estratti da menti fantastiche. Al netto è quello che ancora una volta facciamo credere ai nostri followers.
Chi ha resistito al cambio d’immagine è stato il cibo. Quello è rimasto fedele a se stesso. Il piatto, in fondo, è diventato uno status. Una carbonara mangiata in una trattoria dice una cosa. Un brunch minimalista con avocado e semi di chia racconta altro. Una cena stellata comunica qualcosa di diverso rispetto a una pizza mangiata sul cofano dell’auto alle undici di sera.
Ho capito che non stiamo mostrando il cibo. Stiamo raccontando un’identità.
Il sociologo Erving Goffman, molto prima dell’arrivo di Instagram, descriveva la vita sociale come una continua rappresentazione. Nel suo libro The Presentation of Self in Everyday Life sosteneva che, nelle relazioni, ciascuno di noi mette in scena una versione di sé adattata al contesto. Ricordo che non esistevano gli smartphone. Esistevamo già noi però e Instagram ha soltanto reso il palcoscenico tascabile.
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: “Io fotografo i piatti semplicemente perché mi piacciono.” Ci credo. Ma le motivazioni umane hanno la fastidiosa abitudine di essere plurali. Un gesto può nascere dal piacere estetico e, nello stesso tempo, soddisfare un bisogno di appartenenza, di riconoscimento o di memoria. Le neuroscienze e la psicologia sociale ci insegnano da anni che il comportamento umano raramente obbedisce a una sola causa. È molto più simile a una matrioska. Apri una motivazione e ne trovi un’altra. Poi un’altra ancora.
Il punto, allora, non è smettere di fotografare il cibo. Il punto è chiedersi che cosa stiamo davvero cercando di conservare.
Perché il paradosso è evidente.
Più aumentano le fotografie, meno ricordiamo l’esperienza.
Gli psicologi parlano di photo-taking impairment effect: alcuni studi hanno osservato che fotografare continuamente un’esperienza può ridurre il ricordo di alcuni dettagli, perché deleghiamo parte del lavoro della memoria al dispositivo. Non succede sempre e non in ogni situazione, ma il fenomeno è stato documentato e continua a essere studiato.
È curioso. Scattiamo per ricordare. A volte finiamo per osservare meno.
Quante persone hai visto mangiare guardando il telefono? Fotografare un piatto senza sentirne il profumo? Per non parlare del tempo speso a cercare il filtro giusto piuttosto di parlare con chi è seduto davanti.
Non è una critica ai social. È una domanda sul modo in cui stiamo vivendo. I social non inventano i nostri bisogni. Li amplificano. A ogni nostro bisogno corrisponde un’offerta: se cerchiamo approvazione ci daranno like, se cerchiamo appartenenza ci offriranno una community, se vogliamo sentirci interessanti ci metteranno davanti a un pubblico
La tecnologia cambia. La natura umana molto meno. Ed è forse questo il motivo per cui continuiamo a fotografare il cibo. Perché mangiare è uno degli atti più universali che esistano. Tutti mangiano, anche se non lo facciamo nello stesso modo.
Quel piatto diventa allora una dichiarazione silenziosa.
“Sono qui.”
“Io posso permettermelo.”
“Guarda che ho gusto.”
“Appartengo a questo posto.”
Non è vanità. O almeno, non soltanto. È comunicazione.
La stessa che, migliaia di anni fa, passava attraverso gli abiti, i gioielli, le carrozze, le biblioteche domestiche o il posto occupato a tavola durante un banchetto.
Sono cambiati gli strumenti. Non il bisogno di raccontare chi siamo.
Eppure, c’è qualcosa che mi colpisce.
Le fotografie più belle che custodisco non sono quelle perfette. Sono quelle storte. Sfocate. Scattate senza pensarci. Una tavola apparecchiata dopo che tutti hanno già mangiato. Un bicchiere mezzo pieno. Le briciole. Le mani. La torta tagliata male. La risata di qualcuno che non guardava l’obiettivo. Perché lì dentro non c’è il cibo. C’è il tempo. E forse è proprio questo che stiamo inseguendo ogni volta che alziamo il telefono sopra un piatto. Non vogliamo fermare il pranzo. Vogliamo fermare quel frammento di vita.
C’è un dettaglio che racconta perfettamente la nostra epoca.
Nei ristoranti capita sempre più spesso di vedere quattro persone sedute allo stesso tavolo.
Arriva il piatto. Quattro telefoni si alzano contemporaneamente. Per qualche secondo nessuno guarda il cibo. Nessuno guarda gli altri. Tutti guardano lo schermo. È una scena quasi surreale. Siamo insieme. Ma la prima persona a cui mostriamo quella cena è qualcuno che non è lì.
Mi chiedo se il cibo non sia un mezzo per essere visti, dato che rientra nei bisogni umani. Abbiamo paura che il bello finisca. E allora proviamo a congelarlo.
Vale la pena farsi una domanda. Perché continuiamo a fotografare il cibo?
Quando è stata l’ultima volta che hai mangiato qualcosa di straordinario senza sentire il bisogno di dimostrarlo a nessuno?
Se la risposta è recente, complimenti. Hai vissuto davvero quel momento.
Se invece non te lo ricordi, non sentirti in colpa. Ma pensaci. Ogni tanto, la vera rivoluzione non è fare una fotografia migliore. È rimettere il telefono in tasca mentre il piatto è ancora caldo. Perché ci sono esperienze che diventano memorabili proprio nel momento in cui scegliamo di non trasformarle in contenuti.

